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Psicoterapeuta e psicoterapia a Torino
Dopo il ’68 le grosse istituzioni psicoterapeutiche e psicoanalitiche in Italia (AIPA, CIPA e SPI ) stavano perdendo il loro ruolo egemone. Nascevano tante piccole associazioni per lo più di scuola lacaniana.
Il grande lavoro dell’editore torinese Paolo Boringhieri con Cesare Musatti produceva i suoi frutti: la lingua italiana aveva una compiuta traduzione dei testi freudiani, ed anche kleniani e junghiani. Einaudi editava Lacan che era molto seguito in Italia. Parecchi editori pubblicavano libri di psicoanalisti e psicoterapeuti, anche se ai più questa differenza di nomenclatura non indicava un gran che.
Le tensioni politico-sociali del tempo avevano sollecitato anche gli ambienti psico: dalla psicologia analitica alla psicologia americana, la psicoterapia s'interrogava passando per l'antipsichiatria. Le vecchie discipline psicologiche avevano fatto il loro tempo. La domanda di cultura psicoterapeutica aumentava: si affermava e si espandeva sempre di più una politica psicologica e psichiatrica che veniva a gestire diversi campi delle istituzioni conquistando un potere accademico e statuale notevole, anche se la psicoterapia restava ancora parecchio rinchiusa nell'ambito della disciplina medica, dove cura voleva dire curare il sintomo con il farmaco.
Tra le piccole associazioni torinesi il Laboratorio di Formazione e di Lettura Psicoanalitica (LFLP) pubblicava i primi dieci anni delle sue attività. L'Annuario ci fornisce un quadro dell’ambiente torinese psicoqualchecosa dalla fine degli anni ’70, da dove il Laboratorio ha preso le mosse: “Il quadro del fermento psicoanalitico è caratterizzato da una serie di tentativi costituiti dalle spinte di forze disomogenee che hanno origine da diversi movimenti socio-culturali, comunque da ambiti che non hanno direttamente a che fare con la psicoanalisi, come il movimento antipsichiatrico, la questione politica dei rapporti tra marxismo e psicanalisi, l’esigenza pressante di consultori psicoterapeutici, i primi corsi universitari di psicologia di Padova e di Roma, e molte altre spinte tutte provenienti dal sociale: come la domanda di psicologia in fabbrica, nel marketing, di psicologia nella scuola, ed in grande misura di psicologia e psicoterapia clinica nei servizi sanitàri cittadini.”
La psicoterapia al di fuori dall'ambito medico era poco praticata. E benchè Freud avesse già chiaramente indicato la cura della psiche come un intervento non medico, ed avesse evidenziato l'accezione dell'avere cura, del prendere in carico nel prestare attenzione al linguaggio del soggetto, ed aveva spostato il concetto di cura al modo di pensare e di dire la propria storia e nella ricostruzione della stessa.
In certi ambienti specifici la psicoterapia stava acquisendo lentamente il metodo psicoanalitico che avrebbe permesso di andare al di là del sintomo e di prendere in carico l'inibizione, l'angoscia e la fissazione, sviluppando e rivisitando la forma del pensiero di ciascuno, anche se sul come si poteva procedere non era affatto un dato acquisito.
La Torino psico dei nostri anni migliori sul finire degli anni settanta non era ancora attrezzata per leggere le fondamentali differenze che Freud aveva introdotto rivoluzionando i canoni della cura psicopatologica.
In città non c’erano didatti della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), e non erano presenti psicoterapeuti slegati da associazioni; dei quali solo qualcuno aveva una vaga idea della psicoanalisi, i più la ignoravano, e ben pochi avevano fatto un minimo di percorso psicoanalitico personale.
Tra il rigore di pochi e l'ignoranza dei molti il Laboratorio (LFLP) prendeva le mosse lavorando negli ambienti dell’università. Era caratterizzato dall'interagire di diversi indirizzi di pensiero: analizzandi di Musatti, di Lacan, ed di altri si erano succeduti.
In seguito la psicologia, come disciplina teorica, sarebbe entrata in città attraverso la facoltà universitaria, e i problemi di domanda di psicologia insoddisfatta sarebbero diminuiti a scapito della qualità. Infatti alla psicoanalisi venivano posti problemi gravi e vitali: diventava importante segnalare il punto fermo del pensiero di Freud.
Se era stato indispensabile utilizzare Freud medico non-medico, ebreo non-ebreo, soggetto non omologato per segnalare l’inconscio, ora tutto ciò rischiava di essere fagocitato in un calderone dove le psicoterapeutiche ci sguazzavano: il tutto valeva quanto il contrario di tutto!
Invece il pensiero di Freud restava e resta indispensabile per capire la psicologia nella relazione soggetto-soggetto e per riconoscere che le relazioni tra esseri umani sono relazioni di trasporto, cioè domande d’amore non soddisfatto poste al un livello competente e consapevole.
Freud ha sottratto la psicologia alla medicina, alle religioni e alle scienze naturali e l’ha ricondotta alla sua appartenenza, cioè al mondo del farsi delle relazioni, che è un mondo entro il quale non è possibile introdurre teorie generali ed assolute con dei modelli, in quanto ogni relazione esiste nel momento in cui avviene e non potrà più avvenire allo stesso modo: mai più, se non in una forma di “coazione a ripetere” che appartiene già alla malattia del soggetto.
Attraverso la psicoanalisi abbiamo potuto cogliere il disagio nella civiltà, e capire che è possibile aiutare il soggetto nella costruzione di una società più confacente all'uomo se posto in condizioni favorevoli: psicoterapeuta, medico, psichiatra, psicologo, assistente sociale, educatore, insegnante e quant'altri, nessuno escluso, in questo lavoro di civiltà.
La psicoterapia diventava in questo senso atto di accoglimento della relazione tra soggetti: e non poteva più appartenere alla pratica di un corpo trattato anatomicamente.
Occorreva restituire al personale pensiero ed alla storia ogni soggetto capace di riconoscersi, senza abbandonarlo a modelli sintomatologici precostituiti.
Questa strada è stata lunga e difficile, ed a tutt'oggi incontra ancora molte difficoltà.
La psicologia designa la persona nei suoi moti, pensieri, rapporti, fini, beni, interessi ed affetti.
La psicoterapia tratta le manifestazioni sintomatiche e aiuta l'individuo a riversare liberamente tutte le parole nel suo ordinamento linguistico, liberando i discorsi con i relativi giudizi dal vincolo del linguaggio specialistico.
La psicopatologia è il non detto, è il vergognoso, è l’insensato, il presupposto teorico di ogni discorso umano: del padrone, dell'universitario, dell'isterico, del servo. Quando il discorso dello psicoterapeuta definisce il conflitto paranoico con la forclusione, o il conflitto nevrotico con la rimozione, o quello perverso con il misconoscimento, non è più discorso dello psicoterapeuta, ma usa il linguaggio come giustamente viene trattato il corpo anatomico medicale, sul modello oggettivo, ma questo modo di trattare nella psicoterapia funziona come una schermatura, una chiusura del discorso: un ghetto dal quale occorre uscire.
Il cancro ha avvio nella mancanza di parola serena che sappia frequentarsi.
Il contenimento e l’accoglimento della psicopatologia non può più avvenire né nel manicomio fisico né in quello teorico della specializzazione.
Un malato guarisce quando compie nel suo pensiero e nel suo linguaggio un percorso: un movimento da teorie astratte di principio alla pratica linguistica della parola e dell’ascolto quotidiano. Già vent'anni prima che Freud definisse il suo metodo Anna O. nel 1882, passeggiando con lui, intuì della cura attraverso il parlare, chiamandola talking cure: ma certo di cammino occorreva e occorre farne ancora!
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