Giancarlo Gramaglia

Psicologo Psicoterapeuta Psicoanalista - Torino

Ossessioni

La caratteristica dominante del disturbo ossessivo sono idee ed immagini sempre uguali che si ripetono fino a che la persona non riesce ad averne un insoddisfacente controllo tramite la ritualità. La persona è costretta a mettere in atto comportamenti rifatti molte volte con azioni sia mentali che manuali.
Tali idee sono vissute come molto disturbanti ed intrusive, e, almeno fino a quando la persona non è assalita dall'ansia, sono giudicate ad un esame superficiale esterno come disturbi infondati ed insensati. L’ossessivo è preoccupato che alcune sue idee -dallo sporco ai morti, come qualsiasi altra cosa- possano diventare pesantemente condizionanti per sua vita, quindi è costretto a sistemare e risistemare cose, idee, numeri, gesti, posizioni, una infinità di volte.
La persona è subissata da un mare di obbligazioni, di comandi e di sanzioni.
Che cosa comunica l’ossessività?
La questione nodale di questa psicopatologia è l’opposizione al dato incontrovertibile: che la vita psichica è sempre vita giuridica: che il pensiero dell’uomo fa diritto. Il massimo della psicopatologia, nella sua perfezione non clinica – la perversione – è ancora nell’ordine dell’opporre all’ordine un


Stato di conservazione al 1977 della chiesetta di S. Ferriolo a Grosso canavese n. 176

nuovo ordine. La psicopatologia tende alla dissoluzione di ogni realtà giuridica primaria, e di regolare ogni realtà di rapporto attraverso il secondario: vi tende, ma non vi può riescire.
L’ossessivo non riesce ad ultimare correttamente, come nel detto che il diavolo fa la pentola , ma dimentica il coperchio: l’ossessivo non potrà giungere al successo. Di tempo in tempo l’ossessivo si accorge che il suo ordine non tiene, prima o poi un ambito verrà “a contatto” con un altro e allora sarà l’angoscia della contaminazione e si svilupperà la coazione a controllare e ricontrollare le proprie mosse.

Il sintomo ossessivo, con la sua successione di ordini che devono essere obbediti pena lo scatenarsi dell’angoscia, segnalano inesorabilmente lo scacco della loro assurdità, perché se ritualmente celebrano l’ossequio al comando allo stesso tempo confermano il giudizio sull’insensatezza del comando come forma di vita possibile.

Da bozza per lettera al parroco di Grosso canavese, pag. 154:
Egregio Don Giovanni Pugnetti,

Questo bellissimo pittore del 1400 che si permetteva di scherzare con il suo pennello ponendo i giocondi suoi soggetti su bestie in cavalcabili, dove tutto viene normale, dove ancora respiri l’aria di Giotto specie nella sua ultima cavalcatura ti vedi arrivare la madonna, ma un cartello ti ammonisce “pigricia”.
Questo strano e luminoso sentiero di ciottolato arancione mi ricorda una ingenua frase di Don Pugnetti, che chiede ”chissà dove vanno?”...in questo modo deciso e solenne. ..non possono che non avere una meta!
Troppo pochi sono quelli che cercano di salvare questi gioielli.
Io sono vecchio e faccio finta di aver salvato” lussuria”, perché nessuno cerca di salvare “superbia”,” avarizia”, e ”ira”?

Questo “strano e luminoso ciottolato arancione” è la strada su cui il soggetto si muoverà per rendersi conto del valore e della convenienza del farsi carico delle proprie responsabilità parlandone all’altro competente per giungere ad una attribuzione. Così renderà possibile il proprio sviluppo non nella paura, bensì verso la meta con gli altri. Dove attribuire significa emettere un giudizio sull’inganno di un altro.


Salita al castello n. 137
Ogni strada, ogni sentiero, della via alla salute passa attraverso la consapevolezza della nostra legge pulsionale, che nella malattia viene sistematicamente disattesa per dar spazio ad idee di comando coatto-istintuale paragonati a meccanismi non umani.

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