Giancarlo Gramaglia

Psicologo Psicoterapeuta Psicoanalista - Torino

 
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Ansia  Angoscia

L’ansia e l’angoscia sono state a lungo immaginate come un disturbo esistenziale filosofico. Più recentemente come un disturbo biologico scientista e di conseguenza, ma troppo sbrigativamente, le emozioni sono state affidate al trattamento della psicofarmacologia ed alle sue sostanze dopanti. Mentre il doping è abuso chimico di farmaci.
Oggi la scarsa attenzione a questi errori generano confusioni che provocano un costo sociale elevatissimo.

I disturbi dell’ansia sono in primo luogo totalmente di pertinenza della clinica psicoanalitica, tutti in relazione al non riconoscimento della legge primaria e fondante di ciascun soggetto.
“Nel luogo dove c’era Es, l’Io deve avvenire”, questo è il progetto della psicoanalisi che è il progetto delle civiltà che coincidono, così ha insegnato Sigmund Freud, e da più di cento anni ogni attento percorso psicoanalitico lo conferma.

Madre natura può ancora portare conforto ai dolori del figlio nella ricerca della legge del padre?
Come risolvere questa domanda che si fa sempre più angosciante?
Quale madre e quale natura di quel pensiero ideale e puro a cui è tanto bello affidarsi nello sperare di immaginare una vita migliore per poi ritrovarsi con attorno i disastri dopanti?

E’ così grande la speculazione sulla natura che c’è da chiedersi dove sia e se ci sia un pensiero di natura.
Lo ri-troveremo!


Madre natura porta conforto alle legge del padre? n. 171

Non è mai stato dato il scegliersi la madre, sicché - è necessario dirlo - ciascuno non è responsabile della posizione di partenza in cui si è ritrovato: è stato un accaduto.
Ma una volta colta la propria posizione occorre procedere.

Dalla psicoanalisi appendiamo che combattere l’oppositore significa semplicemente rinforzarlo nella sua malattia, dove negarlo significa alimentare la perversione e il disagio della non curabilità: ma non è un porgere l’altra guancia in attesa di un domani migliore!
Oggi si può: si tratta di allearsi con un altro per ri-conoscere il diritto alla propria legge per mezzo di un impegno in primo luogo per onorare se stessi e la propria vita.
Non si tratta di chiedere un aiuto ad una cosa (chimica o altro): ma ad un altro soggetto.

L’angoscia è un segnale-sintomo, come l’urlo di Munch che attraversa il ‘900!


“il disagio della civiltà ...e poi per ritrovarsi con il deserto intorno?” n. 174
L’ immagine di quell’urlo è l’espressione dei disastri della storia del secolo scorso, così come l’angoscia è il segno delle vicende di quel tale che potrebbe diventare un soggetto attraverso una scelta di lavoro.
La persona angosciata ha perso la bussola, e non sa più dove indirizzare i propri progetti universali.
Non sarà una questione farmacologica, né di abbandonarsi ad un destino, ma è la questione psicoanalitica per eccellenza: là dove non c’è conoscenza della norma soggettiva occorrerà ripristinarla con un altro uscendo dall’oppressione.

Il progetto sarà quello di ritrovare la soddisfazione alla vita mettendoci ordine, sistemando, non nel comando, ma nella partnership.
Da un inconscio Es vulcanico ed incosciente ad un Chi cosciente. E' così che ritroviamo il soggetto: come ha ripreso la lezione freudiana Giacomo Contri in lingua italiana nel Pensiero di natura.

L’angoscia non è tanto in relazione all’oggetto perduto, nel senso del perdere un amore che è mai perso, ma al timore della perdita dell’amore presupposto, cioè di quello che il soggetto ha idealizzato nella credenza del Vero Amore.
Dove c’è amore, non può esserci angoscia, ma solo lavoro di soddisfazione perché produce frutti.

Nella psicopatologia non vi è sede competente per individuare l’errore.


L'adolessenza: lo specchio di narciso n.159
Tra i doveri del figlio potrebbero esserci stati quelli di accompagnare la mamma alla Santa Messa. Subito verrebbe da dire: molto dipende da quale madre quel figlio si è ritrovato. Il che darebbe pure una qualche ragione del come cresci, afferma il buon senso comune!
Parlando di madri, la mia mi ha imposto di starle accanto a Messa sottoponendomi anche ai piccoli riti, quali il segno della croce all’ingresso e alla benedizione finale, le tre crocette tracciate col pollice su fronte bocca torace, e tutta la ritualità dell’alzarsi in piedi e sedersi.
La madre del mio Altro le avrebbe chiesto di accompagnarla solo fino al sagrato e di ritornare eventualmente a riprenderla all’uscita.

Sia l’Uno che l’Altro - entrambi chiusi nello specchio di narciso- erano troppo pieni di sé per accorgersi dell’universo: “ah, se avessi avuto un’altra madre!” esclamavo.
Addirittura avrei voluto cambiare la madre invece di imparare ad imputare la mia storia!

Questioni, domande, un vostro problema?

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