Giancarlo Gramaglia

Psicologo Psicoterapeuta Psicoanalista - Torino

   

* DENTRO IL DISAGIO SOCIALE E PSICOLOGICO D’OGGI:

- “LA LOTTA” DEL PENSIERO PSICOANALITICO

CHE NON VUOLE FARSI LA MARMELLATA

PSICOLOGICA DEI “CONSIGLI PER STAR BENE” . . .

DI OGGI: CHE POI “BENE” NON SI STA MAI . . . *

 

 

* Quale “lotta” è possibile, proponibile?

* Come recuperare “il possibile” che porta alla “norma soggettiva”?

* L’idea di progresso sta in “ogn’uno” . . . desideroso di incontrare altra gente per scambiare” (G. Gramaglia): questa lotta è lotta di minoranza: si dissolverà prima il mondo o questo modo di lottare?

* E’ finito, o sta per finire il tempo? C’è ancora il “tempo liberato?”

* Nella lotta non c’è essere e divenire: ma accaduto e accadere come possibilità.

 

*    *

 

* Viene subito in mente, che siamo “alle spalle al muro” e l’unica lotta possibile è quella che nel ’43 un gruppo più o meno convinto ed eterogeneo di soggetti diede inizio imbracciando le armi: ma, subito dopo, ci si chiede: chi sono e dove sono i nemici da colpire e abbattere? Sparare a chi? Alla banda di affaristi, piazzisti, fascisti a lui la maggioranza (e questo purtroppo, va ricordato) degli italiani ha affidato il governo? Penso che servirebbe a poco e soprattutto non determinerebbe, a breve, condizioni per un reale cambiamento.

Allora, disperata domanda?

- Disperata è anche la risposta: oggi neppure una violenta risposta armata che in passato poteva (ma non sempre) determinare un cambiamento ha possibilità di modificare la situazione economica, culturale politica e relazionale del mondo capitalistico occidentale.

 

- Un solo perché. Non è la strada per costruire soggetti che hanno propria e sanno “lavorare la propria norma soggettiva: la “lotta armata” pur non escludendo una sua “efficacia” istituzionale non porta all’ognun’uno”: alla competenza di ciascuno al recupero di una sana capacità di desiderio e di giudizio nella relazione

 

- Il percorso di lotta passa, in questo momento per il “recupero del possibile” contro l’unicità psico-patologica delle teorie presupposte.

 

* Il “possibile” non è uno e non ha alcuna caratteristica ontologica di “essere” e/o di “sostanza”

Accadono e non divengono in finiti possibili per ognuno: condizioni nelle quali  si acquisiscono gli strumenti per riconoscere la propria norma soggettiva:

allora: i possibili passano tutti attraverso lo scambio (S&A) dove un partner può essere di aiuto in infinite  relazioni/collaborazioni possibili: i possibili sono “aiuti” al pensiero e quindi ad una relazione sana, che va meta senza assoluti, senza teorie presupposte che la nevrotizzano : (c’è un piccolo elenco di pensieri di aiuto al possibile a pg. 34 della “rubrica” di G. Gramaglia).

 

* Recuperare il “possibile” è allora recuperare un pensiero “sano” nella relazione che mi/ci consenta di lottare verso gli ognuno con cui entriamo in relazione per “aiutarli” al recupero della N.S.

 

Questa è una lotta nell’accadere di ogni relazione che porta ad un “progresso”.

- Tutto ciò che può essere definito “progresso” in realtà non lo è mai stato: siamo sempre stati molto distanti dal fare del pensiero del soggetto la centralità di ciascuno: visto che il “progresso” (non quello tecno-economico-capitalistico) passa attraverso la guarigione individuale, non esistono certamente, guarigioni collettive e il vero progresso sta in “ogn’uno” soggetto capace di moto proprio e desideroso di incontrare altra gente per scambiare: esattamente il contrario relazionale-culturale della situazione sociale odierna: dove la lotta per “l’ogn’uno” della psicoanalisi freudiana-lacaniana-contriana è una lotta di minoranza anche molto poco visibile.

Allora: la domanda che non ha risposta: si dissolverà il genere umano prima che la “guarigione di ogn’uno possa cambiarlo?

- Non si tratta di nutrire speranze o idee utopiche, ma di chiedersi, realisticamente come combattere l’angoscia che prende chi tenta di intraprendere questa lotta.

- Forse, bisogna smettere di pensare “il mondo” / “il tutto” / “il genere umano” e rivolgersi all’altro e al vicino perché principio di piacere e di realtà riescano dopo duro lavoro a coincidere: lavorare perché realtà e soddisfazione coincidano; nei limiti delle possibilità relazionali di ogn’uno.

 

* Poi, forse, il genere umano si estinguerà ugualmente a causa delle sue patologie

 

* Ma nel frattempo abbiamo liberato un po’ di tempo per l’ogn’uno?

- Cioè torniamo a relazionarci come S e A capaci dentro la propria finitudine di soddisfazione?

 

* Allora:

- Il tempo torna ad essere una possibilità del S in cui c’è un accadere per la soddisfazione che è responsabilità di S. Parlare di “tempo perduto”, ma anche di “tempo oggettivo”, può essere fortemente nevrotico: è un modo in più per espropriare il soggetto della propria N.S. nel sistema socio-enonomico-relazionale di oggi.

 

* La percezione di S. del “tempo finito o che sta per finire” è una disperante sintomatologia nevrotica, che oggi è diventata segno distintivo della nostra società e della maggioranza dei soggetti che li vivono: è il chiaro sintomo del rapporto mancato, rifiutato, respinto, di cui si ha paura: il tempo finito e perduto è la soddisfazione non raggiunta, negata, rifiutata: ancora più avuta e negativa è la percezione di questo sintomo nella società d’oggi, dove la soddisfazione è soltanto monetizzata e di quantità*

 

* Così parlare e realizzare del “tempo liberato” oggi è veramente difficile: perché difficile è un sano rapporto di scambio e di soddisfazione e poche, forse, sono le occasioni per questi “appuntamenti”: qualcuno per qualche ogn’uno che si fanno (S & A) questo si realizza (a volte anche in “laboratorio come dice G. Gramaglia).

 

* E’ motivo di lavoro far si che questi appuntamenti aumentino in Au per molti *

 

* Nella lotta/lavoro per aumentare per molti in tempo liberato” c’è un modo non nevrotico di pensare S e il suo agire nel mondo: non più essere come S e tempo come divenire ma S come “accaduto” e tempo “come accadere” nella competenza di ogni individuo e non di entità astratte/assolute.

- Quindi S & A non “essenzialmente” già definiti, ma possibili nei loro accadimenti, quindi mai predeterminati o legati ad una legge di sviluppo, perché l’accadere può avvenire o meno. Non è già scritto da pseudo psicologie dello sviluppo.

- Inoltre, come dice bene G. Gramaglia: “L’esperienza iniziata dalla soddisfazione è in ordine dell’accadere, l’evento non è ancora norma costituita …”

Sarà sempre S con la sua scelta possibile a trasformare l’atto in norma che da soddisfazione: la competenza alla scelta è sempre di S e non di un assoluto o di una morale: se ciò avviene siamo nella patologia, nel disagio sociale dove oggi questa condizione di non scelta di S è sempre più manifesta. Solo l’accaduto e l’accadere sono ambiti di scelta di S.*

 

* Concludendo:

- La “lotta” nella società d’oggi del pensiero psicoanalitico deve essere una lotta che ha ben chiari i suoi limiti di azione e di finitezza: non “salverà” mai il genere umano e non vuole essere una proposta salvifica “assoluta”.

- Resta una lotta, che finche avrà forza, si rivolgerà al soggetto e mai alla massa: solo con il recupero dell’ogn’uno si può eliminare le identificazioni patologiche della massa

- Deve sempre essere una lotta che indica chiaramente le direzioni dell’accadere di un pensiero e di una relazione della soddisfazione e quelle invece delle dilaganti patologie odierne.

- Una lotta che dovrebbe aiutare tutti, ma soprattutto i più deboli, i soggetti più emarginati dalla politiche socio-economiche di oggi: come?

 

BERTIN  R.              

 

BIBLIOGRAFIA

 

-  G. GRAMAGLIA –RUBRICA DI PSICOLOGIA DI VITA QUOTIDIANA – L.F.L.P.

-  A.A.V.V. – PENSARE CON FREUD – SIL

-  H. RECALCATI – LO PISCOANALISTA E LA CITTA’ – MANIFESTO LIBRI

 

                                                          Torna Indietro


 

Copyright 2008 Giancarlo Gramaglia - Tutti i diritti riservati
Iscritto all'Albo Ordine Regione Piemonte n. 859 del 28/9/'89 libero professionista abilitato alla psicoterapia - P.IVA 05247040016