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Digi/uni e (s)corpa-cciate, anche di pensiero?
Di Maurizio Forzoni
Non c'è struttura che tenga.....
La struttura non tiene perché, in realtà, non dura a lungo. Nel momento in cui si tenta di collocarla, essa già sfugge, scappa via, si dissolve, evapora. Non c'è istituzione o vincolo che possa acquietarne il sapore della domanda. E di sapori oggi ne gradiamo parlare. Sapori e odori di corpi.
Ho riflettuto molto a come introdurre un tema del genere. Mi sono chiesto di parlarne, anche io, (uno-con-altri), di offrire il mio contributo. Non è cosa da poco pensare a quale sia possibile porgere, in questo piatto d'argento. Il rischio c'è ad offrire la propria portata, quando ci avviciniamo a tematiche quali l'anoressia e la bulimia. Come minimo potremmo riportarcela indietro, o, perlopiù, sentirsela rinfacciare o, perché no, ritornarcela in faccia. Sono cose che accadono o rischi che si corrono. Tutti i giorni. Per questo molti gettano la spugna e preferiscono porti e ancoraggi sicuri?
Il Dsm è una grande ancora, un approdo quando si è in difficoltà e non sappiamo cosa dire. Lo ha studiato anche il sottoscritto, in tarda età, per la verità. L'ho studiato e non l'ho letto. Se fosse stato possibile leggerlo, sarebbe stata un'altra questione. Leggere non è mai studiare. Il Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders («Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali») o Dsm, ha la sua storia, il suo capitolare. Suona, infatti, come una resa pattizia. Ogni capitolo è un capitolare: dal DSMI al DSM IV-TR (Text Revision). Ma non temete, è in preparazione anche il DSM V. In tutta questa classificazione dei disturbi mentali, non è chiaro se è il sintomo a promuovere una certa appartenenza o se è l'appartenere ad una determinata categoria a promuovere il sintomo. In esso, come è noto, c'è spazio anche per l'anoressia e la bulimia. La diagnosi è eseguita sulla base di regole e forme dettate dal DSM. Non è che la psichiatria contemporanea brilli di luce propria. In tempi passati, perlomeno, aveva una storia ed una certa ereditarietà.
Clinica è un'altra parola con la quale non ho molta con-fidenza. Casi clinici, clinica differenziale: forme e termini diagnostici in ab-uso. La tentazione è quella di fermarsi là e di non andare oltre. Arrestarsi all'apparenza, all'immagine, a ciò che sembra. Freud, come sappiamo, ha trattato di casi clinici. In quest'ambito ci ha messo del proprio. Ma non ci ha impiegato molto a porsi in discussione e a farci cogliere che parlare del caso in veste di clinico era una contraddizione in termini
A complicare le cose subentrava il motore di ogni analisi, quell'amore di transfert che rende ogni seduta un discorso singolare, non ripetibile e non trasmissibile, perlomeno non del tutto. Ci sono intuizioni in seduta che si colgono e si raccolgono al momento. Si possono anche non raccogliere o fingere di non farlo, oppure farlo in un tempo successivo, un po' più in là; ma questo è pur sempre un segno di cui tener conto.
Oggi mi sono imbattuto su uno dei tanti gruppi su facebook contro l'anoressia e la bulimia. L'idea, di per sé, è lodevole. E' popolare essere contro l'anoressia e la bulimia, qualsiasi persona savia e ravveduta lo è. Quello che a me non torna e su cui sto pensando è se, da un certo punto di vista, non ci sia il rischio d' inneggiare all'anoressia e alla bulimia, di mitizzarne gli effetti sintomatici. Cioè il pericolo di andare esattamente dalla parte opposta, ovvero di mettere gli effetti del sintomo in vetrina, in bacheca, in esposizione. Qualcuno potrebbe imputarmi di essermi svegliato oggi con fantasmi polemici. Io ritengo, caso mai, che siano approcci poliedrici. Io amo, sempre più, la tendenza alla poliedricità sociale. Per questo, nonostante la moda, non credo affatto ai gruppi mono-sintomatici. Avete idea di quei gruppi dove ciascuno si ri-specchia nel sintomo dell'altro? Ecco, a quelli mi riferisco. Sapete la novità? Il sintomo non è per tutti uguale. So che, detto così, sembra essere un'eresia e, in fondo, lo è. Non è una novità? Ne sono co-sciente. E' bene ricordarlo, però, di tanto in tanto. Perché un soggetto ad un certo momento rifiuta il cibo sino a rendersi sottile, ad arrivare all'osso, al proprio osso? Perché un altro soggetto ingurgita enormi quantità di cibo per poi liberarsene altrettanto rapidamente? Di questo tratta l'argomento dei nostri pensieri di oggi? Non ne sarei così convinto: questo è solo ciò che appare. Si tratta di molto di più. La questione, però, non può essere inscritta nell'universale del mondo. Proprio qui è il punto cruciale. Non è a caso, infatti, che queste forme colpiscano in maniera quasi esclusiva l'universo femminile. Si tenga conto che universo non è sinonimo di universale. Universo è molto di più: esso è uni-versus.
Il rischio concreto è di un'impasse. E' possibile o solo probabile discuterne in generale, ainsi pour parler? Freud, dacché ci occupiamo di psicoanalisi (ovvero, da sempre), ci ha messo in guardia dalle tentazioni profetiche. E' sicuramente auspicabile averne di tentazioni, ma semmai profane. Il manuale non regge il passo con lo stupire e lo stupore di ciasc-uno. L'accadere accade quando meno te lo aspetti. Guarda là, abbiamo rotto gl'indugi: corriamo davvero il rischio di non essere più tra coloro normo-dotati o normo-adeguati o normo-inglobati o normo-rettificati.
L'approccio è esse-nziale, se-non di tipo garantista. L'umano, sin da quando è gettato al mondo, esprime qualcosa di sé stesso, uno squarcio proprio, singolare, questu-ante. Venire a mancare (svenire) sono questioni che possiamo sollevare, discorrendo di anoressia e bulimia. Ma non si sviene tutti allo stesso modo, possiamo esserne certi. Bé, per la verità, non si viene nemmeno tutti allo stesso modo.
Nella vita ci sono incontri ed eventi, ma soprattutto incontri. Non c'è, in tal senso, niente di scontato, né tanto meno di ovvio. Il terreno, l'humus è fertile proprio perché instabile, non previsto, né prevedibile. Non credo alle reificazioni oggettuali, in nessun ambito, e per questo nemmeno per ciò che riguarda l'anoressia e la bulimia.
In questa ri-cerca, nel senso di cercare ancora, come espresso in premessa, ho preso il mio orientamento: così come non c'è struttura che tenga, non esiste bibliografia a cui sia possibile appoggiarmi, un sapere che plachi la domanda in maniera definitiva, direi “universale”. Del resto (ma proprio del resto), quell'ancora è davvero così fondamentale, è domanda inquieta di ciascuna anoressica o ciasc-una bulimica. Quell'ancora che non si placa, non si seda: è viscerale.
Leggiamo, leggiamo libri di psicoanalisi, ma teniamo a mente una cosa essenziale: quel testo, quel caso, quel romanzo familiare, è proprio quello lì, non di più, e non ci offrirà nessuna garanzia per quell'ulteriore soggetto che digiuna o si abbuffa dall'altra parte del globo. Non potremo mai dire, “et voilà, les jeux sont faits, rien ne va plus!!”. Non potremo mai dire, risolto o affrontato un caso: “ e così sia, per tutti “(con un fare un pò monitorio, paradigmatico -oh, perduto paradigma di godimento padronale!!!). Non potremo mai urlare e esaltarci: “evviva, la scoperta è nostra!!!Siamo degli scientisti in erba!!!Quale Istituzione omologherà ora il nostro saperci fare?”. La psicoanalisi non ha ombrelli, non ha parafulmini, e proprio per ciò qualcosa può essere colto sul “discorso dell'altro”. Cercare ormeggi e omologazioni, è una forma di resistenza della psicoanalisi, nella psicoanalisi, e alla psicoanalisi. Passatemi le ripetizioni; in italiano, non si dovrebbe fare, ma anche in una lingua è bene metterci del proprio, per non finire a credere che sia solo forma e, per-di più, assoluta.
Dai tempi storici l'essere umano ha sempre avuto i suoi modi per ribellarsi, per opporsi, per contestare i poteri precostituiti, le forme di pensiero totalitarie e i luoghi comuni (o teorie presupposte) che tendono ad appiattire la soggettività e l'individualità. Il sottoscritto ritiene che l'anoressia e la bulimia, come altre forme sintomatiche, non sono da considerarsi, in maniera riduttiva, patologie cliniche, bensì dei modi per affermarsi, per separarsi, per ribellarsi. Essi sono dei veri e propri gridi adversus una civiltà contemporanea la cui tendenza è a soffocare i desideri soggettivi, a dirigere, orientare e veicolare i consumi dall'alto di un presunto bene collettivo. L'ascolto, l'orientamento e la ricerca del pensiero che si cela dietro queste forme, anche gravi, è un modo per poterle affrontare e, attraverso un certo lavoro di messa in gioco, ritrovare quella libertà che questi individui hanno perso a causa di patologiche imputazioni o censure o eventi traumatici.
Non è vero che tutti andiamo verso la stessa direzione o che accettiamo passivamente i dettami di un potere che veicola le scelte, gli orientamenti e i pensieri. Le forme di affermazioni del proprio desiderio soggettivo sono tante. Solo che molte persone, non riuscendo a ritrovarle, a metterle in parole, esprimono la propria ribellione in maniera sintomatica e patologica. La storia della psicoanalisi, come tutte le storie di correnti di pensiero e filosofiche che considerano l'essere umano come una creazione, in grado di badare a sé stesso, consapevole dei propri principi di vita, è stata sempre oggetto di grandi opposizioni, contestazioni e censure. In un certo senso, è sempre una questione di giochi di potere, di comando, o d'istanze superegoiche.
Anoressie e bulimie - digiunarsi, affamarsi, abbuffarsi, rifiutarsi, rigettarsi- non sono posizioni deficitarie, bensì delle domande in atto, degli enigmi questu-anti, degli smacchi, delle ferite o delle pezze di appoggio ai narcisismi contemporanei così dilaganti e diffusi.
… E come tutte le questue, gli scarti, i tentativi (s)caritatevoli, è la differenza da ri-capitalizzare, da economizzare e su cui investire: oltre quella “pappa” asfissiante, propinata, condita e servita in tutte le salse.
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