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Gli attributi del soggetto
Nella serata del mercoledì 17 marzo nella mia rubrica appunti da viaggio facevo riferimento al nostro essere pionieri: dalla tecnologia alla psicoanalisi.
Bene, pionieri in che senso?
Occorre -come si dice- che ciascuno si assuma le responsabilità dei propri attributi: ah...ah...ah...che...!
E' la questione psicoanalitica: infatti la psicoanalisi attraverso un lavoro di riconoscimento permette di rendere soggettivi gli attributi: proprio ciò che la stupidità della credenza allevata nella saga familiare rende oggettivo, ovattato del tipo: mal comune mezzo gaudio!, ma è normale, pare brutto, chi te lo fa fare, ecc.. : la coltura per il trionfo di ogni teoria presupposta.
La psicoanalisi attraverso il riconoscimento che il Soggetto fa della propria storia rende gli attributi di S scambiabili, trasporta, (transfert), trasferisce i vizi e/o virtù fuori dai luoghi della perdizione (di perdita), per recuperarli (trasformarli) in competenze del soggetto.
Solitamente questi attributi resterebbero irriconoscibili per S, e/o perlomeno non pubblicabili, perché, se conosciuti, per ben che sia - il portatore degli attributi li giudica come improponibili, vergognosi, impresentabili, non utilizzabili: sono fatto così, purtroppo, mi devi accettare come sono, ho anch'io i miei difetti!, non faccio bella figura: dai doveri imposti ai sintomi, ai sacrifici, e via via sempre a rimuovere di più per poter essere presentabile: almeno a me stesso.
Questi attributi diventano via via sempre meno utilizzabili dalla persona, sono il capitale che non riconosce, di cui ne farebbe volentieri a meno, anzi: prende farmaci per ottundersi, oppure corre tutto il giorno assumendosi impegni gravosi e poco remunerativi pur di non ascoltare i pensieri, oppure i pensieri non li sente proprio più: è solo una gran noia, oppure un'ansia, oppure un affanno che può coprire il potenziale inutilizzato del capitale: ci ho messo tutti i soldi che avevo!
Su questo capitale utilizzato male la psichiatria ed il senso comune -il buon senso- ci hanno sguazzato ben bene, utilizzando un linguaggio da comunella: “è matto”, “è isterico”, “è pazzo”, “è depresso”, “è melanconico”, “vedremo!”, “avrà qualcosa”, “non mi sento troppo bene”, “al tempo”, “ci penserò domani”, “è fuori”...: sempre la frase appropriata per la circostanza.
Questi attributi non scambiabili l'individuo li percepisce come zavorra, un obbligo che non sa cosa farsene, va dallo psicologo perché glieli tolga, come il medico toglie i punti di sutura o i denti cariati da estirpare. A volte gli attributi sono fin troppo appariscenti: deliri a cielo aperto, a volte invece sono nascosti, apparentemente acqua cheta: timidezza, prudenza, temperanza, garbo: virtù congelate, fissate a stereotipi, a modelli imposti con la grazia dell'educazione del tempo perduto, del buon vivere civile, che servono a ricoprire un vulcano di lussuria, o di gola, o di superbia, dove anche qui psichiatri e senso comune, ma anche tutto il pensiero filosofico almeno occidentale, si son gettati a capofitto ad oggettivare: benvenuta la scienza!
Invece il depresso è solamente depressivo nel rapporto.
L'inibito è semplicemente inibente lo scambio, cioè ostacolante.
L'isterico: l'inacchiappabile nel rapporto dice addomesticami!, il fammi tua della volpe, con tutta la malvagità (perversione) del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, (ci tornerò, anzi nel frattempo leggetevi Contri: http://web.vita.it/news/view/1572)
I disturbati non sono sostantivi, ma sono attributi: disturbanti: coloro che se riconoscessero le loro problematiche sarebbero competenti e Soggetti in... in...vece (al posto di...) di..s turbano.
Il depresso è deprimente: “personalmente non ci vado volentieri a cena, e se mi visita mi faccio pagare”.
E qui ciascuno ci può solo mettere i propri di attributi: mai più sostantivi oggettivanti della psichiatria, ma sempre più attributi soggettivanti della storia della saga (la culla) per incontrare S, per incontrarmi e sposarmi ?.
Le responsabilità -dicevo all'inizio- del proprio capitale.
19 marzo 2010, buoni: G.G.
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