LFLP

Laboratorio di Formazione e di Lettura Psicoanalitica

Il vantaggio di essere genitori

Sala Conferenze del Centro Culturale Pier Giorgio Frassati

25 marzo 2017

Luigi Campagner psicoanalista, scrittore, cofondatore dei Centri Artemisia e dei Centri Snodi, autore del libro Figli! O Del vantaggio di essere genitori, edizioni Lindau

Giancarlo Gramaglia psicoanalista, presidente del LFLP di Torino

Tiziana Bonollo moderatrice

 

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Bonollo

Figli o del vantaggio di essere genitori large[…] Questo è un periodo particolarmente propizio per parlare, per riflettere sulle relazioni tra genitori e figli. C’è stata una proliferazione di libri che affrontano questa questione. C’è un’insistenza in particolare sul tema del padre, sulla figura del padre, sulla sua evaporazione, sulla sua perdita di autorità. Il Novecento ha assistito alla morte del padre. Lo hanno detto in diverse forme la filosofia, la letteratura, la psicanalisi e lo vediamo manifestarsi nella vita individuale e sociale. Questa sera vogliamo provare a dare un contributo per riappropriarsi del valore di essere genitori, per provare a capire qual è il vantaggio di essere genitori e che cosa fare in assenza dei padri.

Campagner

Partiamo dal titolo del libro Figli! o Del vantaggio di essere genitori. È un titolo riepilogativo di tante esperienze: le conferenze per i genitori nel contesto delle scuole e degli asili; l'esperienza con mia moglie e i miei figli; il lavoro della psicoanalisi personale (sapete che la formazione di uno psicoanalista non è soltanto teorica, ma comporta l'avventurarsi nell'analisi personale con qualcun altro); l'aver poi accettato la domanda di persone di potersi curare con me. Il minimo comune denominatore di queste esperienze è che sono state state vantaggiose. In qualche modo un business. Un affare. Esperienze che se al termine di un'esistenza mi venisse posta la domanda: «sarebbero da rifare?», la risposta sarebbe senza alcun dubbio affermativa. La professione dello psicoanalista ricapitola la vicenda personale del soggetto, dal posto del figlio. Quando mi avventurai nella psicoanalisi avevo già, in parte, fatto il mio curriculum, due dei tre nostri figli erano già nati, i titoli accademici erano già stati acquisiti, alcuni lavori avviati… si poteva magari pensare che si trattasse di ricapitolare qualcosa dell’esperienza di adulto. Mentre in analisi, nella propria ed altrui, si ri-parte sempre dalla posizione di figlio, non si parte dall'adulto, non si ricapitola la posizione di adulto, si ricapitola la posizione di figlio. Un figlio impegnato in un bilancio di come è andata, fino a quel punto, la propria vita con i suoi prossimi (possono essere genitori, fratelli, zii, insegnanti, allenatori, fidanzate, mogli, compagni di gioco o di lavoro). E ricapitolando l'universo delle relazioni, si sofferma su ciò che è stato costruttivo e su ciò che è stato d’intralcio o danno, su ciò che si può tenere con sicurezza come un solido fondamento per ciò che quell’adulto vuole realizzare, vuole costruire con altri. Altri aspetti dell’analisi riguardano invece come ce la si è cavata con il proprio “mondo interiore”, con i propri ideali e con le spinte che vengono dal proprio corpo, con la differenza sessuale, con i sintomi, con i pensieri, i sogni, le ambizioni, gli eccitamenti, le fantasie…

Arrivati alla posizione di adulto, per età, per posizione sociale e per ruoli, ci si può domandare se la posizione del figlio debba essere superata, oppure permanga vantaggiosa. Ovvero se quello di "Figlio" sia un titolo di cui ci si vuole ancora fregiare anche dopo essersi pienamente inseriti nella vicenda adulta, negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro, nella vicenda economica e nella vicenda politica. Una volta inseriti nella dimensione adulta in quanto tale occorre domandarsi se si è stati figli una volta, e ora non lo si è più, o se vi sia una irrinunciabile convenienza nel tenersi stretto quel titolo. Alla stregua di un titolo nobiliare, che uno non regala al primo che passa. Uno dei vantaggi dell'essersi permessi di avere dei figli, un lusso sotto molti profili -ormai se lo permettono in pochi- sta proprio nell'accorgersi che si tratta di un titolo nobiliare. Tutti nasciamo con questo titolo, perché tutti nasciamo come figli, ma ad un certo punto bisogna chiedersi se convenga abbandonarlo, sbarazzarsene con vergogna, o tenerlo. Giacomo Contri lo ha ricordato più volte che essere uomini è essere figli, anche giocando con la domanda lapalissiana: «cos’erano i genitori, cinque minuti prima di diventare tali? Cinque minuti prima, erano figli!»

I figli, quelli più piccoli di noi, sono quelli che ri-eccitano in noi quotidianamente, a volte anche infastidendoci, il desiderio di ri-accedere all'esperienza della realtà, come bene godibile, che porta soddisfazione, perché ha a che fare con un piacere, con il godimento di un bene attraverso un altro . Un figlio questo se lo aspetta dall'uomo e dalla donna che si sono legati tra loro e dalla cui relazione sono venuti. Il figlio se lo aspetta che siano benevoli e siano un pertugio, una via d'accesso alla realtà come soddisfazione. L'esperienza del figlio è tutta custodita in questa chiave relazionale, nel senso che il figlio non è mai un individuo slegato, non è mai un individuo atomico. Per definizione il figlio è qualcuno che ha una relazione con un altro. Anche i padri sono qualcuno che hanno una relazione con un altro, e se non ce l'hanno non sono padri, anche se avessero dei figli. Il pensiero del figlio è il pensiero di qualcuno che accede all'esperienza godibile, soddisfacente della realtà, avendo un compagno in questo, avvalendosi per questo accesso di compagni : quando si è fortunati si trovano facilmente, solitamente comunque si trovano, avendo facoltà anche, al limite, di cambiarli, di verificare quali siano più idonei, più capaci, più disponibili a mettersi in una relazione tale per cui essa genera un vantaggio comune, un accesso più grande, maggiore, più sicuro alla realtà connotata come soddisfacente.

Un ideale dell'io molto diffuso è che devi essere capace da solo, che diventato adulto devi essere autosufficiente. Sarai adulto tanto più sarai in grado di perseguire in questo modo i tuoi obiettivi. Al contrario il figlio è la testimonianza diretta e costante di un soggetto che trova vantaggioso accedere alla realtà attraverso una relazione. E proprio per questo tratta quella relazione come positiva. È un’esperienza confortante, che facilita nel pensare che l'altro delle nostre relazioni è positivo. Non è qualcuno dal quale necessariamente dobbiamo difenderci, verso il quale dobbiamo mettere degli steccati, o delle trincee, non dobbiamo armarci contro di lui. L'altro, se è coinvolto in modo adeguato -e questo è un lavoro- possiamo non temerlo. Il figlio è qualcuno, che preso sul serio, ci abilita a trasformare le singole relazioni fino a trasformare la civiltà.

Gramaglia

Aggiungo una notizia storica d’avvio che mi fa piacere ed onore, e che ritengo opportuno comunicare ora, proprio da questo luogo. Il Centro che qui ci accoglie, il Pier Giorgio Frassati, che ringrazio per la cortese e competente ospitalità, nel 2000, cioè 17 anni fa, il primo giorno del nuovo secolo, il primo gennaio, dava la parola da questa tribuna a Giacomo B. Contri, il quale ha tenuto una relazione dal titolo: Realtà amica e realtà ostile e l’educazione. Testo che possiamo ritrovare al sito della Società Amici del Pensiero (SAP): http://societaamicidelpensiero.it/

BonolloIl gatto con gli stivali

C'è un capitolo nel libro intitolato Il gatto con gli stivali , la fiaba di Perrault. […] Campagner scrive che è un "trattato sulla buona eredità, cioè su cosa sia conveniente lasciare in eredità ai figli" .

Campagner

Il gatto con gli stivali è per me un ricordo filiale, è una delle fiabe che mi raccontava mia madre, e che in passato avevo rimosso. Un giorno venni invitato in un certo contesto a parlare di fiabe e, ingenuamente, quasi rifiutavo. Facevo questa scomposizione: mi occupo di cose più complesse, di filosofia, di psicoanalisi … le fiabe sono ormai sullo sfondo. Fortunatamente mi sovvenne il ricordo di questa fiaba che mi raccontava mia madre, e fu lo spunto per approfondire un tema che negli anni è diventato un libro edito da Lindau dal titolo Fiabe per pensare. Lasciare in eredità un gatto. Il gatto è il simbolo di una facilità di movimento, inoltre ha il vantaggio di avere sette vite, perché a volte una sola non basta, perché le crisi non si possono evitare né a noi stessi come figli e neppure ai nostri figli. Una crisi non è uno scandalo, né un motivo di sconfitta. A volte la crisi coincide con l’esperienza vantaggiosa di lasciare cadere un peso, un fardello che non ha più senso portarsi appresso. Qualche volta una crisi è come un ramo d'azienda che ha smesso di essere produttivo e va per forza tagliato, affinché qualche altro ramo d'azienda possa funzionare. La facilità di movimento nel Gatto con gli stivali è descritta come una possibilità di muoversi nell'universo, perché il protagonista, che all’inizio è un signor nessuno, diventa il Marchese di Carabà, potrà avere un buon matrimonio, e questo già non è poco: lasciare in eredità una facilità di rapporto con l'altro dell'altro sesso . Ai tempi in cui veniva raccontata queste fiaba non si supponeva che il rapporto tra i sessi, a partire dal proprio, potesse essere una cosa così complicata, qualche volta addirittura drammatica. La fiaba non nasconde che nell’esperienza del figlio ci sono anche i nemici e suggerisce come cavarsela. Sapersela cavare con i nemici vuol dire non essere ingenui, non pensare che tutti necessariamente ti sono amici, che la realtà non ti corrisponderà in modo immediato. La corrispondenza immediata è un'utopia, un'illusione. Un altro aspetto introdotto dalla fiaba è l’autorità, chi è più grande per età e per esperienza e ha un ruolo sociale che esige considerazione e rispetto. È la figura del sovrano che il Gatto con gli stivali tratta così bene da aver concessa la figlia come sposa. Lasciare in eredità un gatto significa lasciare una capacità di movimento in una dimensione sociale che va dalle relazioni con l'altro dell'altro sesso, alle relazioni politiche. Avere questa bussola nella relazione col figlio, significa essere ben orientati. Andare a meta, sarà invece un compito che spetterà sempre al figlio.

Gramaglia

La possibilità di poter prendere qualcosa, afferrare.Eredità proprio come eredità di pensiero, non c'è un'altra eredità. L'eredità è qualcosa che puoi prendere e lavorare tu e far tua. È l'idea della vigna, del vino, e del miglioramento. Questa possibilità di, come diceva Campagner, arrivare a meta attraverso delle relazioni sempre positive, che costruiamo con dei partner, se no serve a poco, rimani solo. Eredità è proprio una capacità di liberare te stesso bimbo, riconoscendolo. Quando dico bimbo non c'è una divisione sessuale, non è una questione di maschio o femmina, ma di recuperare te, quello che chiamo "Il colto prima della cultura", quel colto che sa e che poi per strada viene truffato, viene trattato molto male. L'eredità quindi diventa arrivare all'universo. Non c'è mai una cerchia. Purtroppo ci sono le cerchie nella patologia di un sociale che è quasi sempre drammaticamente patologico, perché il sociale è patologia quasi sempre. Arrivare a riuscire a mettere le mani, a poter impastare di una pasta di quel colto che ciascuno aveva con quel suo colto e in relazione con altri è ciò che può portare avanti.

Campagner

9788807018343 quartaTra gli autori che recentemente si sono dedicati alla questione del padre e al rapporto con i figli, assieme a Polito, Recalcati, Risé e altri è stato ricordato, nella presentazione dell’incontro, il libro di Michele Serra Gli sdraiati che ben si presta ad un veloce commento. Inizio col dire che ad essere sdraiato è l'autore. Il padre non il figlio. Anche se parla dello sdraiato descrivendo il figlio, sempre sul divano, sempre passivo. Sdraiato è invece l'autore di questo testo: sdraiato sulla presunzione di paternità. Sull’algoritmo fasullo che dalla nascita del figlio consegua -meccanicamente- la paternità. La presunzione di paternità non porta invece da nessuna parte come Michele Serra documenta nel libro che è comico e drammatico allo stesso tempo, perché racconta la vicenda con il figlio arrivata ad un punto morto, dove le loro strade si stanno per separare senza nessun vantaggio, né per il figlio ad aver avuto un uomo di talento come Michele Serra per padre, né per Michele Serra aver avuto la relazione con quel figlio. È dunque lui, il presunto padre, lo sdraiato. La presunzione di paternità non esiste e il figlio glielo schiaffa in faccia. Non gli basta andare in comune e vedere chi è effettivamente il padre e neppure gli servirebbe l'esame del DNA che gli attestasse la paternità biologica. Il figlio vuole qualcosa di più per riconoscerti padre. Il riconoscimento è il punto attorno al quale girano anche gli altri autori, ma a mio parere sfugge qualcosa di importante. Sono discorsi dove, pur con nette differenze, è forte la nostalgia del padre come figura che entra in scena a mettere ordine. Il padre di famiglia che torna dal lavoro, può essere un notaio o può essere un contadino, ma quando entra in casa avviene un certo ordine. I ragazzi si calmano, moderano i toni, la moglie corre a darsi due colpi di spazzola. Avviene un ordine, si introduce una norma, che viene accettata da tutti e a tutti consente di arrabattarsi un po’ meglio nelle loro faccende. Sono libri dove è custodita questa nostalgia, che è la nostalgia antica di un'autorità che si venga a porre .

Sono libri nostalgici, che parlano di un disagio con ciò che in primis caratterizza l’epoca moderna dove è il figlio a riconoscere il padre. Non sei padre perché hai generato il figlio o perché le norme sociali ti riconoscono come tale. Sei padre se i figli ti riconoscono come tale, se i figli hanno qualcosa da prendere da te , se hanno voglia di ascoltarti perché quando dici qualcosa c'è effettivamente qualcosa da ascoltare, perché guardano con interesse il rapporto con la tua donna, perché guardano con interesse il modo in cui ti muovi nel sociale o come intendi il tuo lavoro. È il loro interesse a farti padre, non è il tuo essere padre che ti pone autorità per loro. In proposito Luigi Giussani distingueva tra autorità e autorevolezza.cosa resta del padre 2282

È un'intuizione che non hanno avuto in molti negli ultimi cent'anni. In Freud la troviamo distillata ne L'uomo Mosè e la religione monoteistica (1939) dove Freud cercando ciò che distingue l'ebraismo dal cristianesimo afferma che l'ebraismo fu la religione del padre e con il cristianesimo cominciò la religione del figlio. Non è un aut-aut: o il figlio o il padre. Nel cristianesimo l'onore e l'onere del riconoscimento del padre passa attraverso il figlio, è il figlio che fa il padre e non viceversa. Non è il padre che si impone autorevolmente al figlio, è il fascino che la vita di relazione del padre con altri suscita nel figlio, a fare il riconoscimento del padre .

Allora questi padri cos'è che devono fare? Tutti questi autori hanno qualcosa da dire su cosa non fare, ad esempio non il papà, non essere empatici, non essere amici dei figli … tutto bene, purché non voglia dire diventare nemici dei figli! Possibilmente sarei amico dei figli! Si tratterà piuttosto di capire che cosa vuol dire. Non vedo ostacoli ad essere amico dei figli, soprattutto del loro pensiero. Cosa dovrebbero fare allora questi padri? Facciano la loro strada! Si pongano come figli che vogliono combinare qualcosa. Saranno i figli a verificare che quello che stanno facendo è ereditabile, è vantaggioso, è da prendere. Vadano avanti per la loro strada, costruiscano quello che hanno desiderio di costruire, lascino ai figli lo spazio di farsene qualcosa, di servirvisi della loro costruzione, la rendano disponibile. Recalcati nel testo L'ora di lezione, parlando della scuola, ha richiamato l'espressione di Lacan "parlare ai muri", che non mi è dispiaciuta. È sempre un po' da interpretare, non è molto netta, però corrisponde a quello che sto cercando di dirvi su cosa devono fare i padri e le madri, cioè questi uomini e queste donne che hanno dei figli, che hanno degli alunni eventualmente, che sono pur sempre figli. Facciano la loro strada, costruiscano quello che hanno desiderio di costruire, perseguano le loro mete e le rendano disponibili , non le pongano come delle mete inaccessibili, come delle obiezioni, o come degli imperativi. "Parlare al muro" assomiglia a questo: anche se apparentemente nessuno ti ascolta credi nel tuo discorso, è il discorso su cui hai meditato per tutta la tua vita, ed è quello di cui sei convinto che funzioni, che vada bene, che sia vantaggioso, che porta beneficio a te e agli altri. Vai avanti con il tuo discorso. Sarà un altro che ad un certo punto a dire «perché dici così? », «cosa vuol dire? », «cosa vuol dire l'espressione che utilizzi?». Quando qualcuno ti porrà una domanda, a quel punto ci sarà l'occasione di una trasmissione, che non sarà una trasmissione forzata, ma sarà una trasmissione libera. Quando ero un ragazzino ho imparato questa frase che mi è sempre tornata utile "Nulla è più assurdo di una risposta ad una domanda che non si pone" .

Bonollo

L’Invidia di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova.invidia

L’Invidia qui rappresentata non solo è bruciata dal fuoco, non solo con una mano stringe i soldi e con l’altra ne vorrebbe ghermire ancora, non solo ha un orecchio grande per origliare, soprattutto ha un serpente che le entra in testa e le esce dalla bocca le entra negli occhi rendendoli incapaci di vedere, perché l’invidia acceca. Nel libro ne parla accennando alla questione del desiderio come virtù e della soddisfazione come bussola.

Gramaglia

Per arrivare a quei genitori così ben rappresentati da Giotto, partiamo dall’idea della madre natura e che il padre è la legge. Così non andiamo da nessuna parte, siamo imbrogliati, truffati. Il figlio ha bisogno di vedere la partnership nella relazione tra i genitori, ha bisogno di vedere che i due sono soci e che scambiano, nelle loro differenze ed attraverso di esse s’arricchiscono: non solo soldi, non solo sesso, ma in primis di pensiero.

Tra l'altro i Padres nella lingua spagnola sono i genitori, cioè il padre non è il maschio.

Il lavoro analitico può giungere a sottrarre il soggetto dal senso di colpa: il soggetto può pensare senza rivalità di essere più ricco dei genitori. Il lavoro analitico può mitigare il senso di inferiorità rispetto alla personalità paterna, ma spesso non risolve ancora l’inquieta ambivalenza nei confronti del figlio fino a che non è percepito in quanto colto, quel colto che ero e sono anch’io.

Bonollo

Vorrei stare sulla questione che scrive Campagner: "Per un adulto, essere seri con il proprio desiderio, esserne all'altezza, coltivarlo, è una vera e propria virtù. La moralità di un adulto si potrebbe giudicare dalla tenuta rispetto al proprio desiderio. La persona che ha in antipatia il desidero del bambino -altrimenti detto: moto di eccitazione del bambino-, non è neppure al lavoro con il proprio" (da qui l'invidia cioè nessun altro deve desiderare).

Campagner

Una virtù chiamata desiderio . Questa frase l’avevo formulata osservando i bambini piccoli che sono sempre in moto per la propria soddisfazione. Si dice che i bambini suscitano tenerezza e con ciò si censura tutto il fastidio, tutti i sentimenti negativi che questo mettersi in moto dei bambini ci provoca da adulti, perché è una dimensione del desiderio che noi non conosciamo più. E' stata anche la nostra, ma non è più la nostra. La nostra è un desiderio regimentato, il desiderio del bambino è un desiderio libero.

Gramaglia

Il soggetto adulto spesso l’ha rimossa, non la conosce più: è quel colto che era anche lui, e che può esserlo ancora, se lo riconosce.

Campagner

Per averla ancora da adulti occorre riconciliarsi con questa dimensione del bambino, occorre smetterla di avere fastidio per il moto del bambino e riconoscere che il suo moto è anche il nostro. Sono solito dire ai figli «faccio come fate voi», «imparo da voi», «mi muovo come vi muovete voi». Il bambino è serio con il suo desiderio. Il bambino non gioca, il bambino giocando lavora, nel senso che la serietà che il bambino mette nel gioco lo assimila al lavoro. Così anche un professionista che lavora con soddisfazione non lavora, gioca. L'unico modo per cui il lavoro non produca stress, che alla lunga procura anche le malattie professionali, organiche, dovute all'insoddisfazione (sono dati relativi ai risultati delle ricerche di medicina del lavoro da fine anni sessanta fino ad oggi in Lombardia) è che un uomo o una donna lavorino con soddisfazione, conservino nel loro lavoro una dimensione di gioco, compreso il rispetto delle regole. A un bambino non piace giocare se non vengono rispettate le regole. Le regole non sono qualcosa che viene imposto dopo, dal così detto mondo degli adulti che dovrebbe contrastare il "fa quello che vuole" del bambino. "Fa quello che vuole" lo possono fare anche gli adulti, perché se si divarica questo spazio tra quello che si vuole e quello che si fa, in questo spazio ci si perde. Se si voleva fare medicina, ma si è finiti a fare il notaio, in questo spazio ci si perde, non vive più nessuno, non vive quella persona e non vivono le persone che sono in rapporto con lui. Il bambino una volta avuta una cosa la trasforma nel trampolino per il desiderio della seconda, che è l'unico modo per pensare (con i piedi per terra) la dimensione infinita del desiderio. Il bambino non desidera l'infinito, nel senso del concetto metafisico dell'infinito. Lo potreste anche illudere che si può desiderare l'infinito come concetto astratto e trasformare il suo desiderio infinito, in un desiderio dell’infinito.

Il bambino non si stanca mai, va a letto facendo una cosa e si sveglia volendone fare un'altra. Non deve prendere l'anti depressivo al mattino prima che gli venga in mente di voler fare qualcosa. Il desiderio infinito è avere di nuovo la soddisfazione provata nell'esperienza precedente. Chiaramente mutano le circostanze, muta l'età, mutano le situazioni, ci sono anche le difficoltà in mezzo. Il bambino ci testimonia questo essere continuamente in moto del desiderio. Il vantaggio per un adulto di avere rapporto con un soggetto siffatto è di scoprirsi anche lui altrettanto desiderante e di mettere nel proprio desiderio lo stesso impegno che il bambino mette nel suo. Quindi di perseguire le proprie mete con il lavoro necessario (con il lavoro necessario è un concetto importante) a poterle perseguire . Se uno ha desiderato fare medicina e non il notaio comunque medicina la deve portare a termine, e medicina non è proprio una passeggiata, è quasi una stagione della vita.

Gramaglia

Fammi aggiungere solo un esempio degli adulti: “oggi piove, è una brutta giornata”. Ma no! Non è vero! Oggi piove e può essere una bellissima giornata!

Campagner

Metto la mantellina, metto gli stivali e vado a fare cic ciac nelle pozzanghere!

Gramaglia

Ma certo! Questo è uno degli esempi della vita quotidiana in cui viene fuori la patologia. “Ah! Mi sono alzata male!”.

Bonollo

Mi è piaciuto l'esempio che c'è nel libro della giovane donna laureata in medicina, che riceve una prestigiosa offerta di lavoro, si sposa, fa dei figli. Decide quindi di dedicarsi ad una professione di ripiego per fare la mamma. Come si fa a sostenere il proprio desiderio (in questo caso fare il medico) e non subire il ricatto morale su questo?

Campagner

La situazione che è stata appena riportata è una situazione che incontrai alcuni anni fa e che mi stimolò alcune riflessioni rispetto a quanto può essere vantaggioso il rapporto uomo-donna. Questo tipo di ricatto, al maschile, non sussiste. Il ricatto tra lo svolgimento della propria professione, preparato con lunghi anni di università e la dimensione genitoriale, in un uomo non si pone. Per una donna è invece un gradino invisibile, un ostacolo insidioso. In tante lo superano facilmente, ma qualcuna inciampa. Conviene sposare qualcuno, e non sposarsi e basta, che ti aiuti a superare questo gradino, a non intenderlo come un ostacolo, ma come qualcosa che ti permette di sollevarti e continuare il tuo percorso allargando l’orizzonte. Capita che ci si fidanzi nella stessa facoltà e che quindi due persone, che poi diventano un marito e una moglie, un padre e una madre, abbiano studiato per dedicarsi alla stessa professione. Può essere l'architetto, l'avvocato, il medico. Entrambi sono persone capaci che possono essere d'aiuto, declinando le loro abilità in quella professione. Come possono fare tutti e due ad accedervi e allo stesso tempo a coltivare la dimensione famigliare, le relazioni con i figli? Questo fa parte del loro patto, è qualcosa che non ti da nessuno dall’esterno. Prima di tutto sono i due coniugi a doversi costruire questa condizione. Non ci sarà nessuna normativa che potrà sostituirsi a questo patto. Le normative sulle facilitazioni, su come conciliare la dimensione famigliare e il lavoro non è che non ci sono, in Italia qualcosa c'è. Quanto d'aiuto siano queste normative possiamo quantificarlo attorno al 5%, forse anche meno. Sono d'aiuto perché indicano una prospettiva e intendono favorirla, ti dicono che la rinuncia non è necessaria, potresti anche evitarla. Evitarla davvero è un'altra storia, una storia che la normativa non riuscirà mai a portare a conclusione. La normativa potrà indirizzarla. Se prendete un qualsiasi contratto di lavoro e vedete in cosa si traduce la facilitazione, le conciliazioni della vita famigliare con il lavoro si tradurranno in tre giorni di permesso in capo ad un anno, quindi capite bene che la normativa non può essere risolutiva. Risolutivo è soltanto un patto, quindi occhio a chi sposi!

BonolloRaffaello Sposalizio della Vergine

A proposito di matrimonio, l'immagine successiva è lo Sposalizio della Vergine di Raffaello Sanzio, come dice lei “capolavoro di inizio rinascimento, ma è anche un capolavoro di pensiero” . Perché il punto generativo dei figli è il rapporto curato tra i genitori?

Campagner

L’opera di Raffaello Sposalizio della vergine è un capolavoro di pensiero che propone la verginità come dimensione propedeutica all'essere sposa. Quindi a essere coniuge, a congiungere la propria vicenda, con la vicenda di un altro, la propria sorte con la sorte di un altro, quindi con-sorte. È la proposta della verginità come propedeutica, come buona predisposizione, non obiezione o preclusione al legame con altri, come invece il “tabù della verginità”, è stato inteso per secoli. La dimensione della non obiezione al legame e a ciò che la vicenda relazionale dei coniugi può portare nella loro vita, costituisce un libro da scrivere, un libro non già scritto, dove possono trovare posto tante soluzioni, una diversa dall'altra, ma non per questo una meglio o più giusta dell'altra. Prima ho parlato della conciliabilità della dimensione professionale con la vicenda famigliare, con la maternità e con la vicenda genitoriale in genere. In un rapporto che si caratterizzi per l’assenza di obiezioni di un coniuge nei confronti dell’altro trovano posto soluzione diverse, magari pro tempore. Ricordo la vicenda di un collega che ad un certo punto della vicenda matrimoniale, prese con la moglie, la decisione di un'adozione internazionale. La moglie non lavorò per alcuni anni, pur avendo una professione di pari prestigio di quella del marito, dov'era molto apprezzata e anche un po' reclamata. In quella particolare condizione valutarono che per il successo dell’adozione la misura dell'astensione dal lavoro per un tempo prolungato potesse essere vantaggiosa per tutti. E così fecero, infatti questa è un'adozione che sta andando bene, allora il figlio era un bambino di 4 anni ora è un giovane di vent'anni. Chi di voi sa qualcosa di adozioni, sa che, purtroppo, tante adozioni cominciate con slancio, con investimento affettivo, di soldi, con apertura dei coniugi, vanno drammaticamente male concludendosi anche con allontanamento dei figli che sono stati adottati da quel nucleo famigliare. Permettersi di non avere un testo già scritto alle spalle, al quale ubbidire in modo schematico, è la condizione per creare le condizioni che favoriscono il successo nelle imprese che i due coniugi vogliono mettere in atto . I due coniugi possono aprire una caffetteria in una delle bellissime piazze di Torino, ma è un'impresa anche quella dei coniugi che intraprendono un’adozione. È bene che, quando si concepisce un'impresa così importante e allo stesso tempo così difficile, ci si domandi se si è ben strumentati e cosa si è disposti per fare questo. Altrimenti è come se il dottor Campagner oggi, invece di venire a Torino, fosse andato a sciare in val Veny e ci fosse andato vestito com’è vestito ora. Non te lo puoi permettere, o fai la fine di chi resta sotto le valanghe perché non ha fatto i conti con le difficoltà che l’impresa comportava.

sangiuseppe 1Bonollo

Parlando di adozione andiamo all'immagine di San Giuseppe con Gesù bambino di Battistello Caracciolo, a questo esempio di padre putativo. Perché Giuseppe è un esempio di vera paternità?

Gramaglia

È la questione dell'eredità. È la questione di saper accogliere un pensiero che ti interessa, saperlo lavorare, saperlo portare avanti. Lo stesso se fosse il figlio biologico. Non c'è alcuna differenza tra il figlio biologico e non, perlomeno in prima battuta, poi occorrerà parlarne meglio. La paternità è qualcosa che si acquisisce nel lavoro, nel saperci fare, nel saper portare avanti qualche cosa che ti hanno passato: solitamente al tempo passato funzionava in un certo modo, oggi può funzionare in un modo migliore, comunque diverso, occorre il pensiero del colto per cogliere che non c'è nessuna differenza: è il vantaggio di essere genitori. La questione si potrebbe anche porre rispondendo alla domanda: «che fine ha fatto Giuseppe?»

Campagner

Giuseppe, Yosef. Per un ebreo essere chiamato Giuseppe significa essere inserito in una tradizione dove il capostipite è il penultimo figlio di Giacobbe. Il personaggio del Libro della Genesi che, scampato alla morte per mano dei fratelli, divenne principe (Gran Visir) d’Egitto. Il Principe dei sogni a cui sono dedicati il film d’animazione (2000) prodotto dalla Dreamworks e la prestigiosa mostra di arazzi al Quirinale (2015) in occasione dei 150 anni di Firenze Capitale d’Italia. Giuseppe è l’interprete del sogno del faraone delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre; un precursore di Sigmund Freud 3600 anni prima; il primo ministro del faraone; principe e amministratore dei beni del patrimonio dell'impero egizio; é il personaggio a cui Thomas Mann dedica il romanzo monumentale Giuseppe e i suoi fratelli (1933-1943). Essere chiamato Giuseppe vuol dire essere messo nella scia di questo personaggio universale. Gli Ebrei se ne sono fatti poco di questa figura, che non è una figura provinciale, tanto meno tribale. Se non si temesse di urtare la sensibilità ebraica potremmo paragonarlo a un Cesare, una figura universale il cui lascito, in chiave politica, resta ancora da elaborare.

Il padre putativo, il Giuseppe dell’iconografia, di regola è rappresentato vecchio, moribondo, triste. Un uomo come Gesù, una potenza straordinaria come quella di Gesù, una potenza intellettuale come quella di Gesù, che prende la legge e la maneggia, che afferma «vi hanno detto, ma io vi dico», che sottomette il Sabato all’uomo, e non il contrario, un uomo di trent'anni con questo vigore, vigore anche di sfidare, di provocare, perché Gesù era anche provocatore, questo vigore l'uomo Gesù da qualche parte l'ha preso. La rappresentazione di Giuseppe, dal punto di vista iconografico, è spesso fallace. Mi rallegro invece quando ci sono delle eccezioni che lo raffigurano come un uomo vigoroso. Quando suo figlio aveva vent'anni probabilmente lui non ne aveva più di quaranta, perché un uomo ebreo di quell'epoca non si sposava a più di vent'anni, quindi era giovane. Era un carpentiere, spostava le travi, possiamo immaginare che fosse abbastanza muscoloso e che anche Gesù lo fosse, se no le travi lo avrebbero schiacciato. Gesù di Nazareth fu un potente intellettuale della cui cultura ancora campiamo e di cui ancora facciamo parte. Basti pensare a “date a Cesare quel che è di Cesare”, così ancora straordinariamente attuale al cospetto dello stato teocratico proprio di altri insegnamenti. Il pensiero di Gesù è un patrimonio. O per usare una sua metafora, un talento.

Pierluigi Bersani, l’ex segretario del PD, parlava dell'azienda, dicendo che chi si riconosce cristiano fa parte dell'azienda, il cui fondatore è stato Gesù di Nazareth. Far parte dell’azienda vuol dire domandarsi se conviene, e ognuno potrà rispondere personalmente. Gesù è un intellettuale di incredibile potenza perché il suo pensiero ci raggiunge ora. Non soltanto come il fuoco fatuo di un pensatore del passato. Pensiamo a un presocratico come Anassimene che fu tra i fondatori della filosofia. Il pensiero di Anassimene per un contemporaneo è un fuoco fatuo, non è un'azienda. Non è una vicenda vitale, un affare a cui interessarsi ora. Chi compra le obbligazioni di Anassimene? Io no. Chi compra le obbligazioni di Gesù? Io sarei disposto a investire dei soldi per comprare le azioni di questo potente intellettuale, perché ad esempio pone una differenza tra il papà e il padre.

Gesù pone una differenza tra il vigoroso carpentiere che gli trasmise qualcosa anche a proposito della tradizione ebraica e il padre. Giuseppe è qualcuno che è padre in quanto si lascia dire qualcosa dal figlio e non lo zittisce con la frase «questo a tuo padre non lo puoi dire», non gli si rivolge così, si lascia dire delle cose. Nell’episodio evangelico di Gesù nel tempio con i dottori della legge, i genitori non lo trovano per qualche giorno, lo raggiungono e gli rivolgono la famosa frase «io e tuo padre angosciati ti cercavamo». La risposta del figlio non è «vi chiedo scusa non lo faccio più». La risposta del figlio è «non sapevate che devo badare alle cose del Padre mio», detto a suo padre e detto a sua madre. Ecco posta la differenza. Nel testo non c'è il rimbrotto «tu a tuo padre così non ti rivolgi». Giuseppe è qualcuno che si lascia dire qualcosa, anche Maria, dal figlio e che, eventualmente, si lascia correggere dal figlio, cioè il padre non è qualcuno che sta su un piedistallo e a cui il figlio non può dire nulla, ma il padre è soprattutto qualcuno che si compiace che il figlio possa ereditare anche da un terzo .

Ricordo questo episodio: un padre adirato col figlio lo rincorre per casa, volendolo correggere in modo significativo, robusto! Il figlio rivolgendosi verso il padre gli dice «sei sicuro di quello che fai?», puoi anche fermarti. Se avesse avuto facoltà di parola, questa frase sarebbe potuta essere quella di Isacco rivolta ad Abramo.

Un figlio prende il computer del padre che non aveva cancellato la cronologia ed era andato a visitare dei siti pornografici, gli lascia un post-it «papà ma sei sicuro di quello che fai?». Noi parlando “da” genitori, abbiamo l'idea che tutta la nostra responsabilità si svolga nei confronti dei figli, che i figli non abbiano nulla da darci in quanto agevolatori della nostra vicenda da adulti. Mentre i figli non solo ci sono d’esempio sul desiderio, che da adulti non è così vivace, ma anche ci possono offrire dei suggerimenti, delle correzioni, che se ci ergiamo sul piedistallo rifiutiamo. È una posizione vantaggiosa anche da un punto di vista pratico, se esci con un abito di vent'anni fa e la figlia o il figlio ti dicono «papà! Aggiornati!», «Mamma! Quel vestito regalalo alla nonna!», magari conviene ascoltare.

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Open è la biografia di Andre Agassi, con un padre ossessivo e brutale che vuole che il figlio diventi il numero uno del tennis. […] Lo sottopone ad allenamenti a ritmi disumani, contro uno sputa palle di sua invenzione, perché per diventare il numero uno bisogna colpire un tot di palle al giorno. Questo è l'esempio di un padre che non è stato sicuramente paterno. Molti figli oggi sono in difficoltà perché non hanno davanti padri e madri come lei ha descritto. Che risorse possono tirare fuori?

Gramaglia

Il tallone d'Achille dei genitori , questo punto in cui cascano sempre, è rappresentato dall'ideale. I genitori idealizzano sempre troppo i figli, nel senso che c'è una esasperata ossessione per la riuscita. Diventa un dramma, una questione troppo difficile da sostenere per il figlio. Sono i genitori che devono sostenere il figlio nell'andare a cercare quello che lui o lei è interessata a fare. Non mettere un ideale, anche se non tanto segnalato, perché il figlio coglie bene questa questione! Non è tanto che «voglio che … », «fai il … » e poi non lo dici e aspetti solo sempre che avvenga nel non detto. Anche l'idea di educazione, di insistere su modelli di pensare a schemi pre-organizzati è un dramma per il figlio, non bisogna mettergliela in quel modo lì, nel pre-anticipare certe cose... “io te lo avevo detto … ”. “dovevi fare attenzione … ” I genitori questa questione devono impararla imparando dall'essere figlio, da quel vantaggio del ricordarti come eri come figlio.

Campagner

I padri e le madri non ce li scegliamo. Come psicanalisti ben lo sappiamo, perché buona parte di un'analisi è spesa a far tornare i conti con le proprie madri e i propri padri. C'è poco da idealizzare. Open, di Agassi é un bellissimo romanzo, una bellissima autobiografia che Agassi racconta, non scrive, perché sono il ghostwriter Moehringer e il suo staff a scrivere questo libro. Per realizzare il libro Agassi ha dovuto andare in analisi (anche se non in senso stretto), perché il lavoro con lo staff prevedeva un appuntamento quotidiano di un paio d’ore, (più esigente del buon Freud ai suoi tempi, che di sedute ne faceva quattro, cinque alla settimana, ma di un’ora) dove il tennista doveva raccontare la sua vita senza censure, seguendo il flusso di coscienza.

Suo padre emerge dai ricordi come una canaglia, un pessimo elemento. E' un iracondo, qualcuno che superato da un camion, a Las Vegas, sentendosi offeso, risorpassa il camion, estrae da un cassetto della macchina una pistola, scende dall’auto e la punta al camionista, mentre il figlio resta in auto paralizzato e incredulo. Questo era il padre di Agassi. Come te la cavi con uno così? Si dà anche il caso che con uno così non te la cavi. L'onnipotenza della psicologia e l'onnipotenza dei servizi sociali va bene soltanto per i libri. Nel senso che si può scrivere, ma in condizioni davvero sfavorevoli, può anche darsi che il figlio non se la cavi. Agassi se l'è cavata con successo, però delle sue sette vite almeno cinque, forse sei, le ha spese, se l'è cavata con l'ultima. Poteva anche non andargli bene. Alla fine gli andata bene. Come gli è andata bene? Gli è andata bene perché in modo disordinato si è messo a cercare altri padri, non si è fissato con il suo, non si è fissato in una guerra con il suo, nel fargliela pagare, nel dimostragli che aveva torto. Ha trovato degli altri aiuti. Agassi parla di un suo allenatore, Brad Gilber, era un momento molto difficile della sua carriera e dice: “ ho pensato di andare da lui, chiedergli di diventare il mio allenatore oppure di adottarmi” . Per lui in quel momento erano la stessa cosa. A Open ho dedicato l’articolo “ Cosa fare quando i padri non sono paterni”:

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/3/25/SCUOLA-Cosa-fare-quando-i-padri-non-sono-paterni-/485273/

Per non idealizzare, come suggerisce il dottor Gramaglia, vi richiamo una figura importantissima della tradizione culturale italiana, perché con lui comincia la letteratura italiana, Francesco d'Assisi. È una personalità peraltro mondiale, di cui un papa recentemente ha scelto di avere il nome. Francesco d'Assisi comincia la sua vita spirituale e culturale con un incredibile atto pubblico di rottura nei confronti di suo padre, con la frase famosa «Non ti chiamerò più padre». È l’atto di rottura con il quale Francesco rifiuta di essere innestato nella tradizione mercantile che sfocerà in seguito nel capitalismo. Da cosa si era difeso Francesco? Francesco si era difeso dal narcisismo paterno, dalla pretesa paterna di fare del figlio un suo prolungamento : un mercante, e su questa base, un aristocratico. Si era difeso e aveva fatto un'altra cosa.

Parlando di vicende paterne come quelle di Agassi o di Francesco occorre sempre ricordarsi di non idealizzare, ed eventualmente essere pronti anche a soluzioni drastiche.

Certo un bambino di due, tre anni non lo può fare, non può difendersi in questa maniera intellettuale. Chiaramente per i bambini piccoli è molto difficile e questo è il senso dell'intervento anche della legge rispetto alle vicende dei rapporti genitoriali, di cui come sapete mi occupo con i Centri di accoglienza Artemisia e Snodi (www.snodi.net) . Un giudice, un sindaco, dei carabinieri, degli assistenti sociali, degli psicologi possono anche intervenire con dei genitori e dire «guardate che così con questo bambino, con questa bambina, non va bene. O cambiate, oppure a questo bambino cercheremo noi altri padri, altre madri». Articolo 30 della Costituzione italiana: obbligo di istruire, mantenere, educare, e aggiungo, non danneggiare i figli. Un genitore sufficientemente sano è qualcuno che si premura di non far danno ai figli. Quando capisce che le sue condotte potrebbero gravemente danneggiare i figli sa fermarsi e sa dare la precedenza a qualcun'altro che se ne possa convenientemente occupare.

Gramaglia

Diamo ai figli la parola! Ricordando che il bene si può solamente ricevere, come 17 anni fa, nel primo giorno del nuovo secolo qui è stato detto.

 

 

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