Dott. Giancarlo Gramaglia

Psicologo Psicoanalista Psicoterapeuta - Torino

Poveruomo!

Non sappiamo che cosa sia in grado di fare l'uomo se messo in condizioni più favorevoli

L'uomo ha bisogno di credere? La mia risposta è no.
L'uomo ha l'esigenza di capire, però è tutto un'altro discorso.
Ora ritorno al credere.
Ci sono due enormi aree di credenza sulle concezioni della medesima.

L'una abbraccia grossomodo tutte quante le aree teologiche monoteiste dove un dio unico con modalità diverse la fa da padrone-signore in cambio di una vita eterna al di là della morte di ogni singolo individuo.
Area talmente nota che per il punto di vista che intendo esplicitare quì diventa inutile fornire riferimenti di qualsiasi sorta poiché ciascuno possiede già proprie idee in merito, e queste risulteranno più che sufficienti per intendere ciò che ho piacere di esprimere.
L'altra area è diventata una perenne reincarnazione di qualcuno in qualcos'altro, dove lo spirito aleggierebbe e migrerebbe di corpo in corpo, di vita in vita.
Non solo le aree di credenza induista sono molteplici, ma l'origine delle religioni dallo sciamanesimo alle magie, viaggi astrali ed onnipotenza con profondità e misteri diventano o sono sempre rimasti culle per assopire ed intimorire ogni curiosità ed interesse personale: il sonno dei popoli per alimentare masse di credenti.

Ritroviamo sempre un ente esterno, a volte non specificato, animato, a proteggere ed a salvaguardare il bene del singolo credente. Da spaventa passeri a spaventa credenti: bastoni usati da pochi per comandare i molti e farsi ubbidire.
Come un cervello possa credere che una costellazione di stelle distanti spazialmente anni luce sia rappresentabile su di uno spazio bidimensionale e diventi per esempio acquario, e come questo acquario sia rimasto fermo millenni ed abbia influenzato gli avi dei miei avi come influenza me, che sono quì vegeto in questo momento, e che tutto ciò non segnali più all'individuo il senso di spreco del buttar via il tempo della propria vita, rimanda esattamente a ciò di cui Freud ha specificatamente indicato come operazione di rimozione.
Che l'aspetto sociale assuma le spoglie della fortuna o del fato o del destino o di un dio è la medesima cosa. La rimozione ha un preciso tornaconto nell'individuo ed è sempre rintracciabile nella storia di ciascun soggetto: a seguire poi con ogni sorta di patologia non clinica.

Cosa resta intorno alle aree?
La ragione? Ma dove?
Per un ordine razionale precostituito da una concezione modernista finalizzata ad un mondo teso verso un progresso fantascientifico o super scientifico, o dove altri mondi risulterebbero fantasticabili a partire da varianti del nostro mondo-modo di essere?
Magari per giungere anche al dio denaro?
La soluzione è molto più semplice, e molto meno fantastica di ciò che si crede, perchè da credere non c'è proprio nulla.

C'è molto più modestamente ed umilmente da mettere in gioco la parte di ciascuno nel riconoscimento della propria storia.
Ma come si fa?

Si fa, si fa!

Si fa perchè c'è un motore che ha scoperto Freud e che serve per trasportare gli individui verso terreni meno paludosi e più stabili degli attuali: si tratta di riconoscere che ciascuno è possessore di un patrimonio, di un tesoro, e che questo tesoro può essere investito nella propria ragione di vita e non sprecato nel tempo della credenza.
Si tratta di tirare, di non mollare: l'amore è farlo: non solo come sesso, ma in ogni forma ricavando piacere e beneficio.
Si tratta di cogliere e d'inventarsi il piacere e il beneficio in ogni sua forma libera dalla servitù e dal comando.

Questo motore non è tecnologico, ma è l'uomo in sè: con pregi e difetti: con vizi e virtù, che non sono più tali, se non classificati da un modello che non può che essere costantemente abolito in quanto retrò: non più adatto perchè c'è dell'altro, del nuovo, del vivo.

Del tempo a venire di nuovo.

Freud è stato il primo uomo che è stato capace in tanti secoli a parlare dell’amore escludendo quello narcisistico, ossia il legame d’innamoramento e insieme il legame di gruppo o massa: cioè per non fare dell'amore un ideale.

Già Gesù aveva tentato di mettere in relazione il principio di piacere, poi corroborato come principio di realtà, cioè istituendo relazioni, ma queste hanno messo solide radici e son diventate le mega strutture quasi galattiche che conosciamo.
In altre parole Gesù non è stato truffato per aver creduto in un padre che ovviamente non poteva salvarlo dalla morte in croce, ma dalle relazioni che lui stesso ha costruito che son diventate rigide e dogmatiche come leggi ferree, e non trattate come un ordinamento del singolo per un bene universale, ma come modello singolare esportabile ad un divenire universale attraverso l'estensione della credenza di ciascuno: cioè l'amore narcisistico di uno a modello di tutti: “se credete in me, vivrete in eterno”.

Poveruomo perché?

Perchè rimane incollato alle culture pre costituite, perchè al bene occorre succedere, perchè dall'accaduto occorre lavorare per inventare nuovi mondi possibili di relazione, che sono l'unica forma che di reale si può parlare. Reale è instaurare relazioni, non fabbricare oggetti. La materia non apre possibilità, sono le relazioni che costruiscono possibilità.

La materia prima è sempre prima di essere lavorata: dove lavoro può voler dire comando ed obbligo oppure soddisfazione e scambio.
La materia seconda o terza può diventare quarta o quinta, ma solo dopo che qualcuno ci abbia messo del pensiero, così un orinatoio diventa capovolto un'opera d'arte.

Poveruomo perché potrebbe lavorare per diventare più soddisfatto di se stesso se non credesse, se abbandonasse gl'idoli per nuotare col proprio corpo nel mare dell'universo senza temere le bufere dei suoi fantasmi.

Poveruomo perché ha sempre bisogno: di appigli, di amuleti, di illusioni, di miti, di futilità, di sostanze per ritrovarsi ancora una volta là dove la sua storia lo intrappola nell'amore, in quell'a-mole così grande che lo acceca, che lo rende schiavo e succube senza permettergli di riconoscere che il bene può solamente giungergli nello scambio con un altro nel piacere e non nel bi-sogno.

Poveruomo perché quel bisogno lo condanna a cercare là dove non troverà un gran che, mentre il tempo della propria vita fugge via, lasciando profitti e frutti a chi riesce a sfuttare le briciole dei credenti, cioè a farli fruttare per una causa che è pubblicata come superiore e moralmente ineccepibile, per un ideale di società migliore.

Poveruomo perché è sempre l'altro il più furbo, il più fortunato, il più ricco, il più bello;
e quell'altro nelle sue mani diventa mancante, deludente, quello che credeva che fosse..., quello che non è più come una volta…, quello che non ha più le conoscenze giuste...

Poveruomo perché crede ancora negli aggettivi, perché crede di essere furbo, perché crede di essere fortunato, perché crede di avere le conoscenze giuste, perché crede di essere ricco, perché crede di aver capito, perché crede di aver avuto i padri migliori. Perché crede ancora...

 Psicologo Giancarlo Gramaglia

Torna Indietro 

 

 


NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili. Giancarlo Gramaglia utilizza i cookies per consentirti la migliore navigazione. Il sito è impostato per consentire l`utilizzo di tutti i cookies. Se si continua a navigare, si accetta e si approva la nostra policy sull`impiego di cookies. Per saperne di più sulla nostra policy dei cookies