Dott. Giancarlo Gramaglia

Psicologo Psicoanalista Psicoterapeuta - Torino

La psicoanalisi nella modernità

E’ luogo comune sostenere che la psicoanalisi debba uscire dagli studi psicoanalitici per incontrare le pratiche sociali e gli operatori di queste pratiche per “dialogare con il sociale”.
 Che cosa ciò voglia dire, quale apporto la psicoanalisi possa fornire, cosa possa dare e ricevere è una valutazione che non è affatto chiara al comune senso informato.

Questo seminario ‘05/’06 del Laboratorio Psicoanalitico intende interrogarsi, ponendo ed esaminando varie articolazioni -aiutati anche da responsabili di attività sociali - nel valutare la questione.
 Questo scritto è aperto, nel senso che viene dall’autore elaborato nel corso del seminario stesso.
 Modernità sta per epoca attuale, ed alcuni si chiedono se la psicoanalisi appartenga ancora ad un oggi, oppure se il pensiero di Freud non sia frutto collegato ad un ieri. 
Le perplessità, sollevate dal fatto che le scene sociali sono di molto cambiate e lo scenario sociale si è fatto decisamente più complesso e diverso, possono indurre a credere che occorra pensare a dei percorsi psicologici alternativi. 
Occorre subito affermare la portata assolutamente rivoluzionaria della psicoanalisi. 
Per dirla tutta sinteticamente e semplicemente è che il pensiero freudiano è ben più moderno e ben più laico del tempo presente.


Il problema sta nel come arrivare al pensiero freudiano, e non nel chiedersi se è ancora utile o meno.
L’idea di moderno spesso sa tanto di vecchio: il moderno è il laico; la modernità è la laicità. Il moderno vecchio porta ancora con sé le divisioni corpo/pensiero, scienza/umanismo, materialismo/spiritualismo.
Oppure gli assoluti sessualità o ideali, ecc.. E’ fin troppo comune il modo di dire “il mio ideale è…”; il perfetto…. Invece di partire dal soggetto si parte ancora da un modello pre-costruito.
Freud ha fornito un buon contributo al pensiero laico.
E’ facile vedere come questo tempo, il tempo che chiamiamo moderno, non ha saputo essere laico nel senso freudiano. Il “né medici, né preti” di Freud non è stato ancora accolto. L’analisi laica, il curatore d’anime laiche è stato disatteso.
 Occorre quindi sintetizzare alcuni concetti chiave.


Non esiste certo un peccato originale, ma esiste un peccato di origine nell’abbandono del pensiero del primo giudizio, che chiamiamo anche primo diritto, che è la scoperta freudiana. Abbandonare la fondatezza del proprio sentire di farla giusta, non poter dar più retta al proprio dialogo, vuoi per i farmaci, vuoi per la rimozione, espropria il soggetto e lo mette in balia del non pensiero, della gnosi, del tutto e nulla. Questo è quanto Freud ed i suoi successori hanno elaborato in quanto inconscio sano. Lasciare i territori del primo diritto significa inoltrarsi nella malattia. 
E’ interessante notare che il primo giudizio è privo del pensiero idealista. 
Nel nostro quaderno delle Cortesie per gli ospiti abbiamo chiamato competenza laica, o legge paterna, la capacità del singolo di autorizzarsi a prendere l’iniziativa, a farsi imprenditore e capitalista di quell’eredità paterna che è la sua capacità di desiderare, in altre parole di pensare, giudicare, decidere da sé secondo la propria norma autonoma del primo giudizio il rapporto con l’altro, senza che l’altro possa farlo al suo posto.



Moderno sta nel concepire il concetto di padre come colui che ha un significato solo se fa erede un altro in quanto beneficiario che acquisisce legittimamente il beneficio. Figlio può significare soltanto erede in quanto ha titolo nel bene. Siamo tutti figli e ciascuno può avere la possibilità di essere padre.
L’eredità o i lasciti possono avvenire solamente nella consapevolezza: Goethe scriveva che se vuoi succedere veramente un bene devi riconquistarlo!
 Freud è partito ad accertare il padre nella crisi: crisi edipica, là dove il padre è in crisi ed i figli non sono possessori legittimi, ma sono dei ladri sofferenti che ne attendono la morte.
 Padri e figli si possono riconoscere solo attraverso un dialogo che vada oltre il pour parler per giungere ad una vera e propria partnership, ad uno scambio con interessi reciproci in gioco. Per non fermarsi al dialogo per il dialogo occorre fare una elaborazione ed un lavoro di ri-costruzione per intraprendere un’impresa di ri-conoscimento.

Occorre saper riconoscere l’efficacia delle norme funzionali al nostro tempo per distinguerle dalle inadeguate. 
La psicoanalisi è partnership non solo dialogo. Partnership vuol dire scambio. 
Nel sociale vi sono alcune questioni nodali che vanno elaborate a partire dalla conoscenza, dall’esperienza e con l’aiuto di coloro che quotidianamente hanno a che fare con la famiglia, gli handicap, le tossicodipendenze, il corpo, e dove la psicoanalisi non può più essere elusa da queste questioni, perché la psicoanalisi è già nel sociale, perché la psicoanalisi può solamente lavorare per il benessere del soggetto, se questi se lo può permettere. Permettere, come autorizzarsi ad essere onorato.


La psicoanalisi va conosciuta per essere usata in quanto pensiero di Freud elaborato da ciascuno nel proprio percorso personale di pratica di ordinamento del linguaggio della cura della conoscenza di sé. Il miglior inizio è l’intendere che non c’è più bisogno del segreto, là dove prima c’era solo credenza, per giungere a spingersi fuori dalla stanza dell’analista dove c’è un pubblico che attende, fatta salva la discrezione verso chi non ha orecchie per sentire.
 Non si tratta di un individuo da un lato con le sue pulsioni più o meno soddisfatte, e per un altro verso la società con i suoi problemi. 
Si tratta di un ordinamento sociale pulsionale universale con sede, competenza, e responsabilità individuale.
 Modernità è una condivisione del progresso reso possibile dalle scienze e dalle tecniche contro la sacralizzazione della tradizione e delle credenze. Sacralità e credenza usate per sottomettere la legge naturale - che chiamiamo primo giudizio- alla ragione.
 E’ importante cogliere che il primo giudizio non tratta della statica e teorica legge del regolarismo e determinismo degli eventi della natura (Hume, Locke), ma del pensiero che ciascuno ha in quanto giudizio sul proprio essere, giudizio che costituisce la norma soggettiva e che fa comunque legge per il soggetto che ne sia o meno consapevole.


La modernizzazione è un’opera costante della ragione stessa che si alimenta dall’istruzione, cioè dalle conoscenze di ciò che fino a ieri erano patrimoni inviolati delle tradizioni e delle credenze. 
La società diventa la fonte dei valori e principio di giudizio, - che chiamiamo secondo giudizio - nel senso che il bene è ciò che è utile alla società e il male ciò che gli è dannoso. Ma la società è anche fortemente impregnata di teorie che generano e sostengono il malessere.
 Il movimento di conoscenza non è solo uno sfuggire alla legge del padre per costituire la legge dei fratelli, ma ben di più: è accogliere l’eredità paterna là dove è bene in quanto utile per il soddisfacimento e il benessere per giungere a capitalizzarla nella responsabilità della legge conoscitiva di ciascun individuo.


Responsabilità vuol dire conoscenza, ma anche libertà; scrive Freud in L’Io e l’Es del 1922: “bisogna riconoscere una nuova limitazione all’efficacia dell’analisi: la quale non ha certo il compito di rendere impossibili le relazioni morbose, ma piuttosto quello di creare per l’Io del malato la libertà di scegliere per una soluzione o per l’altra”. Il percorso psicoanalitico può permettere di giungere al bivio della scelta.

Un corpo sociale funziona anch'esso secondo leggi naturali, con forme di organizzazione e di dominio irrazionali che fraudolentemente per secoli hanno retto, ed hanno cercato di farsi legittimare mediante il ricorso ad una rivelazione o ad una decisione supposta sovrumana. La modernità non può più accettare il magico e l’irrazionale come se Freud non fosse mai esistito e non avesse detto e scritto nulla. 
Ed allora come s’inserisce la psicoanalisi nella modernità, e perché è così imprescindibile dal praticare socialmente? 
Lo psicoanalista non fa che accogliere ciò che entra nel suo dispositivo pratico di conoscenza: invitati a parlare senza censura, ciascuno - dopo aver superato molte perplessità - non può fare a meno di parlare dei propri padri e madri, della loro presenza o assenza, del mistero della loro unione, dei ricordi trasmessi attorno alla propria nascita, dell’accoglienza supposta che gli è stata riservata, di ciò che crede gli sia stato accordato, rifiutato o imposto, per giungere a collegarli con la sofferenza ai disagi della propria attuale vita e con le proprie aspettative. 
Come dire che un pensiero di natura - quel primo giudizio - gli fa cercare le chiavi del suo essere e delle generazioni che l’hanno preceduto.

Da quando poi Freud ha scoperto il romanzo familiare si sa che i piccoli soggetti pieni d’immaginazione s’inventano dei genitori conformi ai loro desideri ogni volta che non riescono ad “adottare” quelli che li hanno generati biologicamente. 
Questo fatto è troppo importante per non essere centrale.
 Da questo fatto la psicoanalisi è stata condotta ad interrogare il soggetto attorno al legame sociale inconscio che genera il sintomo nella sua storia individuale, e quindi ad esaminare la distribuzione delle “carte in famiglia”, vagliando e processando la coppia dei genitori e più specificatamente il loro desiderio di sesso.
Processo che si conclude con la fine dell’analisi finita per continuare l’infinita nella ricerca. Freud (1938).


  Che questo processo sia legittimo è tutto un altro discorso, che ciascuno si vedrà nella propria analisi finita!
Se sono diverse le formule che da Freud a Lacan si sono sedimentate per rendere leggibile il sintomo: dalle identificazioni-incorporazioni edipiche che presiedono alla difesa dei valori ideali fino al discorso dell’ Altro ed al desiderio come desiderio dell’ Altro, è vero che il sintomo non è riconducibile a qualche legame familiare sia reale che fantasticato, ma alla narrazione di questo legame.
 In altre parole non è il discorso che porta alla causa, ma è la causa che porta ad un discorso che può rettificare il godimento del sintomo del soggetto che si dice.
 Mi auguro che -messa così la questione- si possa perlomeno intuire perché la psicoanalisi incontra enormi ostacoli proprio in quel sociale dove si continua a pensare in termini di bisogni e di sofferenze concrete del qui ed ora: non c’è nulla di più inamovibile dei principi di credenza ossificati nella presunzione della concretezza.

Non che queste questioni non esistano in quanto macigni insormontabili, esistono eccome! tanto che danno origine ad altre altrettanto dolose questioni inerenti a sistemi sociali che non permettono all’individuo di badare oltre alle proprie necessità.
 In altre parole il pensiero psicoanalitico può solamente crescere e svilupparsi in regimi in cui vengano salvaguardati i diritti civili dei suoi cittadini. Al di sotto di un certo livello di civiltà la psicoanalisi non può esistere. Che è come dire che se viene alimento sempre un clima di guerra è chiaro che la maggior parte della popolazione sentirà l’esigenza di armarsi e di sfamarsi prima di leggere un libro. Ed è ciò che a gran fatica le civiltà stanno intuendo: chissà cosa poteva pensarne Freud prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, morire? 
Non si tratta tanto di chiedersi se la psicoanalisi possa fondare o meno una pratica sociale: la psicoanalisi fonda il soggetto o meglio offre la possibilità al soggetto attraverso la sua narrazione di cogliere la propria fondatezza, di capire che questa fondatezza è passata attraverso qualcuno che l’ha nutrito nel permettergli di succedere. La fondatezza del legame sociale sta nel soddisfacimento della pulsione ventiquattro ore su ventiquattro, che è una costante ricerca del soggetto nel condurre il proprio desiderio al rapporto di scambio con il reale attraversato. Questo reale sarà sempre un reale ricostruito da una narrazione, perché ogni soggetto non può che averci a che fare con la propria castrazione inesorabilmente ed ineludibilmente per giungere a meta. 

Certo c’è narrazione e narrazione: capire che il soggetto è un parlessere significa che ciascun soggetto può attraversare la contingenza della propria storia, ma non ricostruita nell’astrattezza delle parole di un ideale percorso di sopravvalutazione, ma adoperandosi nella concretezza del sesso per instaurare una partnership di beneficio reciproco di soddisfazione, cioè di non obbiezione al rapporto.

La castrazione non è né fisica né immaginata, ma è logica: si tratta di togliere le teorie che ostacolano e censurano il pensiero, ecco perché prima accennavo ad un percorso che necessariamente passa attraverso il superamento di molte perplessità. 
Di teorie di non castrazione, e quindi di non narrazione e di disagio se ne incontrano tantissime nell’operare socialmente: dalle più comuni collegabili alle più normali azioni umane, fino alle enormi costruzioni teoriche che sostengono gli imponenti disagi collettivi.


Di ciò ci occuperemo nel seminario di quest’anno ascoltando frammenti di narrazioni. 
Un ambito, tra i tanti esempi di sintomatologie della modernità, che hanno a che fare con una non narrazione, lo ritroviamo quando il corpo muto funziona al posto del dire, proprio come nella vecchia isteria, corpo muto impacchettato, rintracciabile nella genesi della storia di costruzione dell’Io corporeo, dove la cura fa i conti con aspetti della psicopatologia contemporanea: patologie alimentari, modificazioni operate sul corpo attraverso la chirurgia estetica, eccesso di esercizio fisico, transessualismo, autolesionismo e altro ancora. 
Le forme di delirio in questione riguardano l’assunto della separazione nell’Io, descritto e vissuto per un
verso quale vera istanza ideale che tende all’essere sublime, e per l’altro verso quale povero corpo
martoriato contenitore e scarto insoddisfatto, dove è sempre in corso l’opera di un’adozione che si presenta
con le lacunosità inerenti al rifiuto. 
Si tratta così di due “soggetti” in uno, vissuti come “diversi e distinti”, ove la parte corporea rappresenta l’aspetto dell’incapace e dell’inadatto rispetto all’Io psichico rimosso o rinnegato perfetto ed idealizzato. 
C’è una linearità del percorso della legge e del senso di colpa: è curiosa la fine che fa il feticcio (corpo), che viene battuto - palestrato, sudato, tagliato e ricucito, vomitato, scritto o inciso, vanamente impreziosito o bucato in quanto non ha svolto la sua funzione “operativa”. Il riferimento può essere, ma non solo, allo scritto freudiano La scissione dell’Io nel processo di difesa del 1938, ove è spiegato che un aspetto doloroso del proprio rapporto con la realtà rimossa-rinnegata porta ad una spaccatura dell’Io e quindi all’uso del feticcio.


Troppo sinteticamente ecco come una mancata narrazione possa condurre all’azione ai danni dell’Io e riguardi il corpo, che è diventato appunto un aspetto parziale dell’ “essere” dell’individuo. 
E’ interessante notare come l’angoscia sia da non narrazione, e non come comunemente si crede angoscia di narrazione. E’ che c’è un troppo, un di più, che è sempre una falsa teoria dell’uno sessuale (falsa e delirante teoria neoplatonica dell’Uno dei sessi, comunemente detta istinto, nella fattispecie della frase abominevole de: “la carne è carne”). Più semplicemente la castrazione rende reali nella contingenza le due ovvie possibilità dei sessi: godimento e procreazione, per il fatto di dare costituzione legale al rapporto per la produzione di un beneficio. 
Fino a dove c’è ed è riscontrabile una capacità di intendere e di volere questa capacità va aiutata e sviluppata. E’ compito di ciascun operatore sociale quello di salvaguardare quello spazio di capacità affinché il soggetto possa costituirsi nel proprio giudizio entrando in sintonia con se stesso nel pubblicare anche i più timidi progetti di narrazione. Ci vuole un po’ d’orecchio.
 Per intraprendere dei percorsi che producano benefici occorre rilevare ed evidenziare quelle teorie che costituiscono delle false premesse, e per far ciò occorre prima intendere quali siano.
E’ importante in un primo momento circostanziare dettagliatamente le storie per produrre della conoscenza particolare che solamente in un secondo momento potrà essere utile per aiutare a rimuovere del rimosso.
In altri termini il trattamento delle psicopatologie cliniche passa attraverso la non clinica: anzi dire clinica è già un errore perché in psicoanalisi si tratta di parlare, cioè di fare un’azione di lavoro parlando. 
Si tratterà di valutare e di saper costruire dei dispositivi in cui sia possibile instaurare un rapporto di salvaguardia dello spazio del discorso.

Clinica esprime troppa passività medico-psichiatrica del corpo, meglio scegliere l’attività della cura di parola in quanto movimento che esprime un desiderio. 

Non è più possibile continuare a credere che basti il farmaco per avere una erezione, o che occorra vietare il vino o la droga per avere delle persone felici, o che l’alcool procuri chissà che cosa, o che partecipare sia scendere in piazza, o che ci sia sempre dell’altro da fare per non leggere, per continuare a correre sudato per non pensare, per non cogliere il desiderio che mi interroga, nel mio corpo, nel mio, nel tuo, fino a che non mi interrogherà più!
 Si può incominciare a sentire ancora un’esigenza di ordinare le idee ed i propri pensieri rispetto a dei termini ed a dei discorsi che non siano il prodotto del festival dell’informale, dove tutto vuol dire qualunque cosa, dove il simbolico -“quel senso segreto che, non sempre a proposito, chiamiamo simbolico”- e che Freud segnalava già come portatore di malattia, ne La perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi del 1924, mette ciascuno di fronte al bivio della propria responsabilità-libertà con l’espressione: «mi interessa davvero!» oppure «è un parlare tanto per dire»? 
Ancora Freud nel 1938: “La relazione analitica è fondata sull’amore della verità, ovvero sul riconoscimento della realtà, e tale relazione non tollera né finzioni né inganni.”

 Psicologo Giancarlo Gramaglia

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