Dott. Giancarlo Gramaglia

Psicologo Psicoanalista Psicoterapeuta - Torino

L'arte a ciascuno aut genocidio

 Per una introduzione al Catalogo delle opere di Ettore Gramaglia1

di Giancarlo Gramaglia

 Ettore Gramaglia nasce a Torino il 29 settembre 1895, ultimogenito di quattro figli, cresce in una famiglia numerosa, dove suo padre Cesare con altri fratelli, sorelle e cognati gestivano la locanda del nonno paterno Giovanni in Madonna di Campagna, composta da trattoria, stallaggio, macelleria e panetteria. Sua madre Caterina Brusa, cattolica praticante, con l’intento di separarsi dal marito, farà costruire la casa da pigione di via Assisi distante poco più di trecento metri dalle attività dei Gramaglia.

Ettore frequenta le scuole di zona ed è particolarmente interessato all’artigianato del legno, seguirà a San Benigno in collegio la formazione professionale di falegnameria dai Salesiani e la scuola di disegnatore alle tecniche San Carlo di Torino. Disegna mobili di arredo per la casa della madre mettendo a punto diversi manufatti in legno; ultimata la casa vi si trasferisce allontanandosi di poco dalla prima abitazione. È interessato alla musica, suona il mandolino e la cornetta; è operaio in una vicina ditta che produce film ed allestendo palchi e sceneggiature; pratica l’incisione su legno producendo pezzi unici: sedie, mensole, porta oggetti e tavolini. Il disegno è una della attività che lo interessa, passa poi ai pastelli colorati ed ai primi quadri ad olio.

A vent’anni è riformato dal servizio militare per via di un difetto all’occhio sinistro che l’aveva infastidito fin da piccolo. L’invalidità non lo esenterà dal dover adempiere all’obbligo di soldato al fronte nel 1917, esperienza che segnerà le scelte future della sua vita.

La domanda “perché la guerra?” lo accompagnerà in un contesto sociale in cui idealismo e patriottismo venivano ad assumere sempre maggior importanza, dove si può ben dire che lo spirito della guerra durò perlomeno trent’anni (1915-1945). Un giorno raccontando ricordi dal fronte mi disse: “come potevo sparare ad un elmetto luccicante sapendo che era la testa di un uomo!?”

Ritornato dalle operazioni belliche, in un contesto torinese dove l’economia era molto precaria e le finanze scarseggiavano, trova lavori occasionali; pratica la ginnastica, lo sci e la musica in diverse associazioni locali e, pur essendo ben inserito nel territorio, appena gli fu possibile scelse di uscire dalla città ritenendo che il contesto sociale provinciale fosse a lui più idoneo perché poteva favorirgli delle relazioni improntate ad una maggior autenticità.

Non era coinvolto dalle ventate populistiche che animavano il contesto cittadino-operaio del tempo ed accolse l’opportunità di gestire il cinema-teatro Richiardi trasferendosi a Ciriè nel 1922 a ventisette anni.

Era interessato alla produzione artistica ed all’allestimento di spettacoli teatrali e per quasi un ventennio le sue principali occupazioni sono state la creazione scenografica intervallata dalla proiezione filmica.

Di questo periodo le informazioni in mio possesso sono scarse. Non sono a conoscenza del numero di persone che si occupavano della gestione del cinema-teatro; da suoi accenni suppongo che lui stesso partecipasse alle scelte delle iniziative; dal punto di vista finanziario sono abbastanza certo che percepisse poco denaro; viveva nel cortile e nelle stanze attigue dello stabile del cinema-teatro, situato nell’attuale via don Lorenzo Giordano 21-25. Nel catalogo delle sue opere, al capitolo sulle tracce del gruppo ciriacese degli anni ’20 ho raccolto i dati che mi è stato possibile.

Ci troviamo di fronte ad una produzione ad olio che erroneamente potrebbe apparire essere utilizzata come si sarebbe potuto usare una macchina fotografica: per testimoniare momenti di vacanza, nel piacere di ritrarre amici e luoghi di svago, nella ricerca dell’individuazione degli accaduti in cui ci sono le testimonianze di scambi in relazioni significative.

D’altra parte suppongo un ininterrotto lavoro di cui sono a testimonianza pochi frammenti di una produzione in cui ci sono disegni di bozzetti di scenografie, caricature, vignette umoristiche che presuppongono un’attività costante negli anni e che potrebbe essere accertata con delle ricerche2.

Con il trascorrere di quello che ho indicato come secondo periodo (1922-1955) viene in luce la testimonianza più evidente delle idee di Ettore, il quale dipingendo ciò che ho definito le grandi opere riesce a comunicarci il suo pensiero: il dramma dell’uomo, la sua fragilità di fronte alla croce di un Cristo morto3: si chiede dove si trovi il senso nella notte buia per non dover tornare alle solite grandi opere di mascheramento che passano attraverso quel mondo ideale e trascendente che lui ha sempre cercato di smascherare. Siamo figli senza padre dove la croce diventa il segno importante di riconoscimento al quale non è possibile derogare per ritrovare la luce di riferimento. Il corpo nudo4 è già vestito in abito da sera se riconosciuto nei propri valori. Sarà un fatto di cronaca, scoperto anni dopo, oppure i consigli degli amici troppo zelanti che gli suggeriscono di cancellare la donna nera che si reca dal bambin Gesù. È il tempo in cui gli viene chiesta la tessera del partito per avere un posto nella società: è costretto ad abbandonare la pittura, e verso i cinquant’anni penserà ad attrezzarsi per mettere su famiglia.

Cambia tutto?

Gli attrezzi da falegname servono a Ettore-Giuseppe per lavorare alla sua causa: manufatti per la nuova casa con la moglie Zenobina, giocattoli 5 per il figlio con un nuovo lavoro da dirigente tecnico cartaio che si è procurato alla Cartiera De Medici sempre a Ciriè con una cinquantina di operai da organizzare.

Colui che non ha perso il giardino dell’Eden perché non l’ha mai immaginato nell'astrattezza, ne coglie che il sentiero attraverso il riconoscimento della morte del padre dove incontra il figlio, il compagno, l’amico, che conduce alla consapevolezza del lavoro dell’eredità ritrovata, dove il padre non è mai perso, ma è diventato la porta dell’universo dal quale il bene si può solamente ricevere.

Si tratta di dare un ordinamento al proprio lavoro, di rintracciarne le imputazioni di ciò che fa diritto, la storia, a volte ripetitiva altre massacrante, può servirci da lanterna sul sentiero del ciascuno.

Ettore ritorna a dipingere i luoghi che lo sollecitano in un discorso finalmente più documentabile attraverso l’opera pittorica sulla quale possiamo anche noi conoscere: il terzo periodo ci conduce ai suoi ultimi trent'anni di lavoro.

In questo terzo periodo6 possiamo valutare come la sua pittura si sia sviluppata, quanto la storia l’abbia condizionato e con quali modalità si sia difeso. Probabilmente certi percorsi si sono ripetuti, alcune situazioni si sono modificate e possiamo vedere in che modo si sia rivolto all’universo. Ragionerò sulle luci e sulle ombre dei dipinti di Ettore che si ritrova alla fine degli anni cinquanta a rifare i conti con una società un po’ diversa, ma quanto diversa?

Vediamo come attraverso la pittura la esprime.

Ettore si muove nel piacere di paesaggi dai quali riceve eccitazione, ferma sulla tela luoghi dai quali prende momenti di serenità, scorci noti e meno noti che sollecitano dei ricordi condivisi. Azioni comuni come il pascolo o la mietitura, progetti architettonici che hanno lasciato segni nella comunità, alberi che caratterizzano un territorio, monumenti che testimoniano delle credenze e dei valori per quella collettività, lavori che ne sono una caratteristica e che la contraddistinguono, costruzioni e beni che desidererebbe che fossero salvaguardati per trasmettere testimonianze e fare eventualmente eredità per altri.

Tutto ciò si sviluppa nella soddisfazione di fare un prodotto condiviso e condivisibile, di rendere pubblico ad un pubblico universale che si dimostra sordo alle sue sollecitazioni.

Via via che si spengono gli ideali di liberazione gli appare nuovamente una società chiusa che con il trascorrere del tempo si mostra nuovamente dominata da stereotipi imposti, fissata a schemi circoscritti, a sistemi preordinati, ad illusioni già incontrate, a circoli chiusi.

Ciò che nell’espressione artistica dovrebbe essere il motivo dominante di ciascuno, la propria unicità, la freschezza e la fragranza del dire del soggetto viene sistematicamente ridotta e condotta dai critici d’arte a stili, in correnti pittoriche, a stereotipi: impressionista o espressionista, dada o surrealista, ecc… che gli sembrano anni luce lontani dal suo modo di pensare.

Un atto appartiene al soggetto e se lo compie con consapevolezza lo produce nella soddisfazione per la meta, sia che testimoni un dipinto da salvaguardare come una neve sulle vaude7:è il pensiero del pittore-soggetto che in quel momento ha scritto una pagina del suo libro, quello della propria vita. La giostra della vita come domani i cinesi 8 permettono di cogliere il giudizio di un uomo sul mondo: una denuncia che il romanzo d’immagini si potrà fare portatore di un cambiamento. Ciascuno può, se ritiene, porsi in condizioni di leggerlo e di promuoverlo se valuta conveniente al proprio beneficio: potrebbe diventare una partnership.

Un mondo che potrebbe camminare verso ciascuno, senza erigersi paladino di alcuna liberazione, senza monumenti rivoluzionari, se fosse in grado di riconoscere nel proprio bambino il tesoro da non disperdere, il capitale sociale da salvaguardare.

Ma come?

Spetterà al lavoro umile, modesto ed operaio di ognuno, al talento negativo e al bambino di ogni Don.

A ciascun volto della storia, dove I vizi e le virtù sono l’invenzione di una cultura medioevale che testimonia una eredità che può essere lavorata e rilanciata a beneficio di coloro che sono capaci a far fruttare il proprio patrimonio rivolgendosi all’universo; a ciascun volto solo de la storia di un viale, di uno scranno e di un caduto: ciò che imputa, ciò che farà la differenza sarà quel pensiero pensante zittito dalla maligna rimozione, quel pensiero un tempo pensante a tempo pieno ed oggi massacrato da ogni tipo di sostanza psicoattiva ed oscurato da ogni attività sedante ed ottundente a favore del sistema che produce il genocidio del pensiero.

Tutto e di più per dimenticare, per non riconoscere, caratterizza un Novecento che ad Ettore Gramaglia non appartiene; a volte sfogliando il Catalogo viene da chiedermi in quale periodo abbia vissuto.

 

 

1 Giancarlo Gramaglia, Catalogo delle opere di Ettore Gramaglia. Dialoghi tra padre e figlio, LFLP, Torino 2002.

2 Occorrerebbe studiare la programmazione dell’attività del cinema-teatro Richiardi ricercando sul giornale locale ciriacese il periodo (1922-1940) del “Risveglio”, o come si chiamava al tempo il periodico gestito dalla famiglia Cappella, titolari del giornale.

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