Dott. Giancarlo Gramaglia

Psicologo Psicoanalista Psicoterapeuta - Torino

A cosa serve una donna?

Schermata 2017 03 05 alle 12.12.56

“Only you”1 continua nel ricorrente ed instancabile richiamo: “solo tu riesci a rendere tutte queste parole luminose” che contiene l’errore intellettuale dei secoli2; la simulazione del sembiante prosegue alimentando l’illusione mai placata di un niente psicopatologico che s’avvolge sulla mancanza del nulla, del non detto.
Cercando di onorare attuando quello che ho enunciato sinteticamente, occorre mettere mano al concetto dell’essere e alla morale, in quanto espressioni delle idee inibenti, liberandosene. Perché tali concetti filosofici non rappresentino un circolo vizioso fissato nell’infermità, è importante soffermarsi sul fatto fondante che il pensiero è in primo luogo giuridico, costitutivo di ciascuno.
“Solo tu riesci ad illuminare l’oscurità”, certo metaforicamente, ma con quale atto espropriativo si può attribuire ad un’altro il mio destino, se non nella totale ingenuità ed illusione, riprendendo ciò che ho appena osservato sopra?
Non è presunzione né egoismo, ma sano-salutare diritto, riconoscere che solamente io sono padrone e responsabile delle mie scelte.

La psicologia dell'attore - negli scambi epistolari tra Freud e Yvette Guilbert

128px Lautrec Yvette GuilbertL’amicizia tra Yvette Guilbert e Sigmund Freud si sviluppò durante la loro età matura, ma nacque molti anni prima dall’interesse di Freud per la diva della bella époque.

Freud ebbe modo di ascoltare Yvette per la prima volta probabilmente al Moulin Rouge nel 1889, su indicazione di Madame Charcot, quando si trovava a Parigi per un congresso sull’ipnosi. Riascoltò poi la diseuse (1) nel 1893 al tempo in cui lei era in tournée a Vienna, riportato a quel mondo parigino nel quale Toulouse-Lautrec ha immortalato l’amata diva “dicente ”, disegnandola con la sciarpa rossa ed il cappello nero, oppure bionda con i guanti neri, ritratta in ogni posizione e dedicandole interi album.(2)

Diversi anni dopo Eva Rosenfeld, nipote di Yvette, che studiava psicologia a Vienna, conobbe Anna Freud, che la presentò al padre. Eva due anni dopo parlerà a Parigi alla zia dell’ammirazione che Freud portava nei riguardi dell’arte del suo recitarsi.

E’ così che ha avuto avvio l’amicizia tra due protagonisti del novecento con scambi di fotografie.

Diciotto lettere tra Freud e Guilbert dal 1926 al 1938 sono raccolte nel Freud Museum di Londra. Alcune di queste riferiscono le reciproche convinzioni sulla “psicologia dell’attore”, vale a dire sui meccanismi psicologici che sottendono l’arte di recitare un personaggio in scena.

"Mi dica tutto ciò che le passa per la mente..."

Freud durante tutto il suo lavoro fa costante riferimento alla lingua parlata. In ogni momento il suo riferimento stabile è a ciò che al paziente viene in mente. Invita a dire qualsiasi cosa anche ciò che sembra apparentemente inutile potrà rivelarsi significativa.
La conseguenza è che la regola psicoanalitica fondamentale consiste nel non abbandonare mai il “dire tutto, senza omettere alcunché di ciò che viene in mente”.(1)

Durante i cinquant’anni ed oltre della costante elaborazione e rielaborazione del suo lavoro rimane ininterrottamente ancorato nel prendere solamente in esame la lingua parlata del soggetto. Troviamo continuamente il riferimento alla lingua popolare in quanto oggetto delle sue indagini nelle sue opere: dal motto di spirito all’analisi laica, dall’ interpretazione dei sogni fino agli ultimi suoi scritti.
Questo modo di lavorare di Freud sulla lingua parlata è un capovolgimento sconvolgente e significativo di tutta un’epoca, basti osservare a come nel suo tempo Wittgenstein, Russell, o Frege trattassero e lavorassero il linguaggio.

Giacomo Contri nel 2004 chiama Logoclastia quel trattamento oltraggioso e di denigrazione che viene fatto da millenni alla lingua parlata: “un processo di diffamazione della lingua in quanto parlata: questa sarebbe irrimediabilmente imprecisa, equivoca, oscura, non rigorosa, insomma non logica, incompleta, inconcludente. Irredimibilmente terrena-terrona com’è, allora bisogna fondare una logica con un “linguaggio” senza corpo (salvo il “corpo” del computer). E’ il lacaniano “discorso del padrone” moderno”.(2)

Quale medico?

01a2a07b05c044baf65d4cb65e78c4a4Freud scopre la nevrosi in un modo tale che implica una conseguenza necessaria: toglierla dalle mani dei medici senza che ciò conduca a risentimenti.

Anzi la questione potrebbe esaltare il medico stesso perché posto in condizione di capire problematiche delle quali lui (medico) si occupa degli effetti liberandolo da ciò che suppone cause ed introducendo una dimensione diversa di pensare.

In altri termini: è corretto che il nevrotico vada dal medico ad esprimere i suoi sintomi, solamente che poi si trova di fronte ad un esperto che non sa trattare la nevrosi, e non perché sia un cattivo medico, ma semplicemente perché non ha una preparazione in tal senso.

Anzi, cattivo ed incapace lo sarebbe, professionalmente e moralmente, se presumesse di saperle trattare!

Questa constatazione porta a tratteggiare e individuare la presenza di due figure completamente diverse: allora c’è da chiedersi quale medico?

L’imprenditore: dove desiderio, intelligenza, ed eredità sono unite - Parte terza

Una persona un giorno si trova in casa da sola, un po’ depressa, per qualche cosa che le è andato storto. Che cosa fa? Può darsi che le venga una buona idea, anche questa è imprenditoria, le può venire l’idea di prendere il telefono e di chiamare un amico dicendo: “Dai, usciamo a cena insieme, facciamo due passi!”. E’ un atto imprenditoriale per la produzione di un desiderio. Se in un momento di depressione, di stanchezza, suono all’amico, sto compiendo un atto formale di domanda: “Fammi venire voglia di qualche cosa, perché la mia depressione consiste nel non aver voglia di niente!”.

Il desiderio è qualcosa che riceviamo da fuori.

L’impianto è quello ereditario: è questa la fonte dei desideri. La presenza o meno del desiderio rende l’uomo libero o schiavo, erede o non erede. La vecchia formula, il principio della leva cita: “Datemi dei punti d’appoggio e vi solleverò il mondo”.

Ho facoltà

Il soggetto ha facoltà nella misura in cui riconosce il proprio diritto e sviluppa le proprie capacità. Ciò non prevarica alcuna competenza specifica acquisita in una scuola, anzi ne aggiunge convalida.

Non necessariamente competenza personale e formazione scolastica sono in conflitto.

E’ ora di finirla con l’idea preconcetta che occorra un titolo conseguito in un ente pubblico -per esempio scuola- per avere facoltà!

Andiamo però con ordine e cerchiamo di capire meglio.

Partiamo da Freud, liberandoci dallo stupido quanto banale pregiudizio che sia superato: è tale la ricchezza dei suoi pensieri a confronto dei suoi (s)cavalcatori che anche quando ci troviamo di fronte a delle canaglie perverse il muro della resistenza è sempre totale.

Non si può scavalcare qualcosa che non si vede, che non si tocca, che non si capisce, se non si prova ad ascoltare, se non si ha dimestichezza si suppone solamente con il risultato di evitare, rinnegare, dimenticare e rimuovere.

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili. Giancarlo Gramaglia utilizza i cookies per consentirti la migliore navigazione. Il sito è impostato per consentire l`utilizzo di tutti i cookies. Se si continua a navigare, si accetta e si approva la nostra policy sull`impiego di cookies. Per saperne di più sulla nostra policy dei cookies