Dott. Giancarlo Gramaglia

Psicologo Psicoanalista Psicoterapeuta - Torino

Nuovo video sullo stress

Spesso nel linguaggio comune si utilizza il termine stress. Ma che cosa significa?
Giancarlo Gramaglia ci spiega che lo stress è un modo molto brutto di non dire niente per credere di dire chissà che cosa.

Stress

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I cavernicoli di Platone versus 19 marzo

Per uscire dal mito occorre smettere di credere. Occorre abbandonare l’illusione: illusione e conoscenza non vanno a braccetto.
Uscire dalla caverna vuol dire uscire dall’edipo, cessare di auto ingannarsi ed iniziare l’ordinamento del proprio Io che è lavoro produttivo di soddisfazione con altri.
Edipo incontra Laio all’incrocio di quel luogo dove ciascun figlio non può evitare quel paio di individui che man mano conoscerà chiamandoli convenzionalmente genitori. Non può nemmeno far finta che non gli abbia dato il passo: Laio era davvero prima di lui!

Conoscere e riconoscere non sono il medesimo atto dello stesso tempo: possiamo pensare che sia trascorso il tempo che dall’ingenuità porta, quando porta, all’utilizzo del proprio intelletto per ringraziare dell’eredità e rilanciare la propria verità, e non restare ancorato alla colpa dell’uccisione insaputa.

 

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O.E.G. n. 175 "Il bambino: l’avvenire di una illusione?"1

Viene da chiedersi perché ci si vuole auto ingannare, perché è meglio credere che conoscere, perché restare in caverna?
Perché non andare fuori dalla caverna, forse con un’altro che potrebbe essere partner?

Giornata della Costituzione italiana

 

Perché la guerra?

O.E.G. n° 173 "Perché la guerra?"

Perché nella giornata della Costituzione italiana non prendere atto che esiste la Costituzione individuale che ha prodotto e continua ad elaborare un lavoro di civiltà attraverso il moto pulsionale di ogni uomo?

Il 17 marzo del 1861 il Re Vittorio Emanuele II da Torino, di fronte alla camera e senato riuniti, proclamava la Costituzione dell’unità del Regno d’Italia. La giornata della Costituzione italiana ha lo scopo di ricordare e promuovere i valori di cittadinanza, base di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l'identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica della realtà esterna sociale.

Questo è sicuramente un importante punto di riferimento per la civiltà.

Parlo e valuto la realtà esterna sociale con le sue pecche sapendo che esiste una certa perplessità a giudicare il nostro paese democratico; perlomeno è un giudizio benigno, certo altri paesi stanno peggio, c’è comunque una insoddisfazione che è nella cultura ed è stato Freud ad individuarla molto bene nel testo del 1929 tradotto con il disagio della civiltà.
La cultura produce insoddisfazione perché l’individuo non riesce a giungere a meta, è spinto nella società di massa a non soddisfare le pulsioni e ad afferrare i sostituti più sconcertanti. Seguendo la spinta e l’orientamento sociale il soggetto diventa aggressivo, malato, soffre: non riesce che ad individuare delle fittizie mete ideali di benessere, sostenuto da credenze raffazzonate e di facile consumo.

C’è da chiedersi dove sia finita la spinta di quel bimbo che cercava rassicurazioni da chi sapeva fornirgliele, che viveva nella sicurezza di ciò che lo circondava, che era capace di andare a cercare la soddisfazione quando gli veniva a mancare. Rimosso tutto?
La cultura gli ha chiesto di diventare adulto, ma cosa gli ha offerto?
Guerre, disastri di ogni genere ancorati a delle credenze di una presunta armonia prestabilita idealizzata e mai ancora consolidata.

A cosa serve una donna?

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“Only you”1 continua nel ricorrente ed instancabile richiamo: “solo tu riesci a rendere tutte queste parole luminose” che contiene l’errore intellettuale dei secoli2; la simulazione del sembiante prosegue alimentando l’illusione mai placata di un niente psicopatologico che s’avvolge sulla mancanza del nulla, del non detto.
Cercando di onorare attuando quello che ho enunciato sinteticamente, occorre mettere mano al concetto dell’essere e alla morale, in quanto espressioni delle idee inibenti, liberandosene. Perché tali concetti filosofici non rappresentino un circolo vizioso fissato nell’infermità, è importante soffermarsi sul fatto fondante che il pensiero è in primo luogo giuridico, costitutivo di ciascuno.
“Solo tu riesci ad illuminare l’oscurità”, certo metaforicamente, ma con quale atto espropriativo si può attribuire ad un’altro il mio destino, se non nella totale ingenuità ed illusione, riprendendo ciò che ho appena osservato sopra?
Non è presunzione né egoismo, ma sano-salutare diritto, riconoscere che solamente io sono padrone e responsabile delle mie scelte.

La psicologia dell'attore - negli scambi epistolari tra Freud e Yvette Guilbert

128px Lautrec Yvette GuilbertL’amicizia tra Yvette Guilbert e Sigmund Freud si sviluppò durante la loro età matura, ma nacque molti anni prima dall’interesse di Freud per la diva della bella époque.

Freud ebbe modo di ascoltare Yvette per la prima volta probabilmente al Moulin Rouge nel 1889, su indicazione di Madame Charcot, quando si trovava a Parigi per un congresso sull’ipnosi. Riascoltò poi la diseuse (1) nel 1893 al tempo in cui lei era in tournée a Vienna, riportato a quel mondo parigino nel quale Toulouse-Lautrec ha immortalato l’amata diva “dicente ”, disegnandola con la sciarpa rossa ed il cappello nero, oppure bionda con i guanti neri, ritratta in ogni posizione e dedicandole interi album.(2)

Diversi anni dopo Eva Rosenfeld, nipote di Yvette, che studiava psicologia a Vienna, conobbe Anna Freud, che la presentò al padre. Eva due anni dopo parlerà a Parigi alla zia dell’ammirazione che Freud portava nei riguardi dell’arte del suo recitarsi.

E’ così che ha avuto avvio l’amicizia tra due protagonisti del novecento con scambi di fotografie.

Diciotto lettere tra Freud e Guilbert dal 1926 al 1938 sono raccolte nel Freud Museum di Londra. Alcune di queste riferiscono le reciproche convinzioni sulla “psicologia dell’attore”, vale a dire sui meccanismi psicologici che sottendono l’arte di recitare un personaggio in scena.

"Mi dica tutto ciò che le passa per la mente..."

Freud durante tutto il suo lavoro fa costante riferimento alla lingua parlata. In ogni momento il suo riferimento stabile è a ciò che al paziente viene in mente. Invita a dire qualsiasi cosa anche ciò che sembra apparentemente inutile potrà rivelarsi significativa.
La conseguenza è che la regola psicoanalitica fondamentale consiste nel non abbandonare mai il “dire tutto, senza omettere alcunché di ciò che viene in mente”.(1)

Durante i cinquant’anni ed oltre della costante elaborazione e rielaborazione del suo lavoro rimane ininterrottamente ancorato nel prendere solamente in esame la lingua parlata del soggetto. Troviamo continuamente il riferimento alla lingua popolare in quanto oggetto delle sue indagini nelle sue opere: dal motto di spirito all’analisi laica, dall’ interpretazione dei sogni fino agli ultimi suoi scritti.
Questo modo di lavorare di Freud sulla lingua parlata è un capovolgimento sconvolgente e significativo di tutta un’epoca, basti osservare a come nel suo tempo Wittgenstein, Russell, o Frege trattassero e lavorassero il linguaggio.

Giacomo Contri nel 2004 chiama Logoclastia quel trattamento oltraggioso e di denigrazione che viene fatto da millenni alla lingua parlata: “un processo di diffamazione della lingua in quanto parlata: questa sarebbe irrimediabilmente imprecisa, equivoca, oscura, non rigorosa, insomma non logica, incompleta, inconcludente. Irredimibilmente terrena-terrona com’è, allora bisogna fondare una logica con un “linguaggio” senza corpo (salvo il “corpo” del computer). E’ il lacaniano “discorso del padrone” moderno”.(2)

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